Il Regno Unito, meta ambita di migranti da tutto il mondo, compresi quelli italiani, si è risvegliato con una sorprendente scoperta: anche da un Paese dagli stipendi relativamente alti e dalle condizioni lavorative spesso assai vantaggiose i cervelli vanno via. Uno dei primi allarmi in tal senso è arrivato dall’Ofsted, un ente indipendente ma di derivazione governativa che ha il compito di regolare e controllare la qualità dell’offerta scolastica: tanti, troppi insegnanti stanno lasciando il regno di sua maestà per andare a insegnare all’estero, in scuole internazionali a sistema britannico che offrono migliori stipendi e, spesso, molto meno stress. Si calcola che nel solo 2015 siano stati almeno 18mila e ora l’Ofsted avverte: se va avanti così, il sistema dell’istruzione si ritroverà nei guai. In totale, oltre 100mila docenti britannici di scuole inferiori e superiori lavorano in un qualche Paese straniero.

Non è un mistero, già da tempo, che nel Regno Unito sia in atto una vera e propria crisi dell’insegnamento. Centinaia di scuole in tutto il Paese hanno serie difficoltà a reclutare nuovi insegnanti, specie di materie scientifiche, a causa di un calo delle iscrizioni alle facoltà e ai master che poi consentono la docenza e anche a causa di un generale disinnamoramento dei giovani britannici nei confronti di una delle professioni più utili per lo sviluppo di una società.

Gli stipendi degli insegnanti del Regno Unito sono più alti di quelli che vanno ai loro colleghi di altri Paesi, soprattutto dei Paesi mediterranei. Eppure prendere comunque meno di 3mila sterline al mese, spesso anche meno di 2.500, non fa dell’insegnamento un mestiere molto desiderato, considerando che spesso un laureato britannico può ambire a molto di più. Inoltre, se si considera anche che le paghe dei dipendenti pubblici sono ferme al palo e che le condizioni di lavoro peggiorano a causa di un’istruzione sempre più ‘aziendalizzata’, è facile comprendere come nel 2015 solo 17mila giovani abbiano concluso nel Regno Unito la formazione per diventare insegnanti: meno di quelli che nello stesso anno sono andati all’estero.

Parlando con la Bbc, uno dei dirigenti dell’Ofsted, Michael Wilshaw, ha chiaramente incolpato di questa fuga le scuole private d’élite che stanno aprendo nuove sezioni all’estero. Già ora si calcola che gli istituti internazionali, che in tutto il mondo Italia compresa garantiscono ai giovani rampolli di famiglie spesso ricche di studiare con il sistema britannico, siano più di 8mila. E si stima anche che entro il 2025 raddoppino. Alla televisione pubblica britannica Wilshaw ha detto che queste scuole offrono “attraenti e competitivi salari, spesso esenti da tasse, alloggio gratuito e spesso la possibilità di lavorare in climi più caldi e più soleggiati”. Eppure, ha aggiunto: “Dovremmo porci la domanda, a quale costo per il nostro sistema di istruzione pubblica avviene tutto questo?”.

I sindacati britannici della scuola, fra i più arrabbiati e i più attivi nel panorama del Regno Unito, non hanno tuttavia una vera e propria posizione ufficiale sulla questione. Del resto sono gli stessi sindacati a denunciare come gli stipendi in patria non siano ritenuti sufficienti dagli insegnanti, in scuole dove spesso si lavora dal lunedì al venerdì e dalle 8 del mattino alle 6 o alle 7 di sera. Più tutto quello che viene chiamato “paperwork”, quasi in tono dispregiativo, ovvero moduli da compilare e schede da completare nel tempo ‘libero’, con standard stringenti da rispettare, il che spesso è dovuto a scuole organizzate come aziende che devono essere efficienti e il meno possibile costose.

Già oggi la professione dell’insegnante del Regno Unito è una di quelle a maggior rischio di abbandono e di ‘burnout’, quell’eccesso di stress che porta l’individuo quasi a esplodere in stati di rabbia, ansia o reazioni imprevedibili. Di qui, forse, il quasi silenzio dei sindacati: chi può se ne vada, non saranno i rappresentanti dei lavoratori a mettere i bastoni fra le ruote ai docenti delusi e scoraggiati.