Come fulminare un lettore in cento pagine per sempre? Si può scoprire leggendo Mario Benedetti (uruguaiano, 1920-2009), uno dei più grandi scrittori del novecento. Dopo La tregua, un piccolo capolavoro – se per capolavoro s’intende un libro che non si lascia mai dimenticare – la casa editrice nottetempo propone Chi di noi (traduzione di Stefania Marinoni), altrettanto formidabile perché non si sente mai «il faticoso odore dei luoghi comuni». In realtà Chi di noi è precedente, si tratta dell’esordio di Benedetti (uscì nel 1953, eppure è così contemporaneo).

chi-di-noiAnche questo romanzo, come La tregua, è un racconto sul tempo mascherato da storia d’amore. Qui le voci sono tre e vanno a comporre un triangolo letterario prima ancora che amoroso, perché ogni lato corrisponde a una scelta narrativa diversa. Miguel tiene un diario, Alicia scrive una lettera, Lucas un racconto (con delle note straordinarie, ironiche e profonde insieme, sul mestiere di scrivere). Il risultato è una figura geometrica perfetta che chiude al suo interno tutto quello che i personaggi non sono stati capaci di vivere.

«L’unica felicità possibile non è quella che non si realizza mai, ma quella che non si sarebbe mai potuta realizzare», dice Miguel. Anche se è consapevole che in realtà «esiste solo la direzione che prendiamo. Quello che avrebbe potuto essere ormai non vale più. È una moneta che non accetta nessuno».

Il ménage à trois comincia al liceo, quando Miguel si convince che Alicia sia più adatta al suo migliore amico, infinitamente più brillante di lui. E’ così ossessionato dall’Altro, che nemmeno si accorge che Alicia vuole sposare lui. Ma questo trionfo non gli basta, passa la vita a sentirsi escluso («non ho mai ricevuto in modo diretto la felicità di Alicia, ma mi è sempre arrivata dall’esterno. Sono stato uno spettatore, non ho mai avuto accesso ai suoi spazi di allegria»). Tanto che molti anni dopo, con una scusa, decide di mandare la moglie da Lucas, convinto che sia l’unico modo per liberarsi di questo fantasma.

Mentre Miguel, passivo e disilluso, pensa solo alla sua ordinarietà («ho realizzato il mio unico proposito: essere il più sincero dei mediocri, l’unico consapevole della propria banalità»), un’ordinarietà che secondo lui gli impedisce di essere amato quanto Lucas, perde davvero Alicia, che invece lo amava.

«Caro, il nostro matrimonio non è stato un fallimento, ma qualcosa di peggiore: un successo sprecato», gli risponde Alicia, ormai decisa a scegliere Lucas davvero. Perché l’Altro che suo marito ha creato, il Lucas della sua testa, non li ha mai lasciati soli. E quel fantasma ha rovinato tutto.

Intanto però sono passati molti anni, troppi, e quando Lucas vede riapparire Alicia, così desiderata, non è più la stessa cosa: «C’è stato un momento indimenticabile in cui ci siamo osservati in modo spietato e le miserie dell’altro sono diventate riflesso delle nostre. La cosa peggiore  era quella sensazione di irrecuperabilità. Non solo non potevamo recuperare l’altro per come era stato, ma non potevamo nemmeno recuperare noi stessi».

Nel finale però c’è un piccolo punto interrogativo che scardina l’area soffocante di un triangolo chiuso dal tempo: «Ma chi di noi giudica chi?».