Nel bailamme delle unioni civili, rischia di passare inosservata la recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo, che condanna l’Italia per il caso Abu Omar. Decisione con scarse conseguenze pratiche: lo Stato italiano, cioè i contribuenti, saranno chiamati a sborsare un centinaio di migliaia di euro al simpatico imam, attualmente in Egitto. Ma, in un momento in cui l’immagine internazionale del paese è messa a repentaglio su altri fronti – il sempre più terribile caso Regeni, il crescente coinvolgimento in Libia, la stessa scoperta che Berlusconi era spiato dai servizi statunitensi, nei momenti di relax di entrambi – le conseguenze simboliche di quelle 81 paginette sono abbastanza devastanti.

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I fatti sono noti: i servizi italiani concorsero al rapimento (l’ennesimo caso di extraordinary rendition) dell’imam in odore di terrorismo, portato in Egitto e poi lungamente torturato, una specialità della casa. La condanna dell’Italia per violazione dell’art. 3 della Convenzione del Consiglio d’Europa, che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti, va così ad aggiungersi a quella per i fatti del G8, o piuttosto per la mancata attuazione della Convenzione contro la tortura, sottoscritta nel lontano 1984. Ma la cosa più grave è un’altra: sta nel fatto che tutte le istituzioni della Repubblica, eccetto i soliti giudici milanesi (Armando Spataro e Ferdinando Pomarici su tutti), ne escono malissimo.

Non parliamo del presidente del Consiglio dell’epoca (2003) e del suo ministro della Giustizia, l’indimenticato ingegner Castelli, che bloccò per anni la richiesta di estradizione, seguito dal successivo ministro della Giustizia del centrosinistra, l’immancabile Clemente Mastella. Non parliamo neppure dell’ex presidente Cossiga, che denunciò gli inquirenti milanesi alla procura di Brescia per attività sovversiva, e di altre figurine pittoresche, come l’ex agente Betulla. Parliamo della Corte costituzionale, che risolse il conflitto di attribuzione fra governo e giudici milanesi sancendo la liceità dell’opposizione del segreto di Stato. E parliamo degli ultimi due presidenti della Repubblica, che su richiesta del loro omologo americano hanno graziato gli agenti statunitensi.