La vicenda della legge Cirinnà, in cui Renzi è riuscito nel capolavoro di gettarne a mare l’aspetto simbolicamente più qualificante (che chiaramente non gli andava a genio: l’adozione del figlio da parte del coniuge omo del genitore naturale), addossandone mediaticamente la responsabilità ai Cinquestelle (che con i loro tira-e-molla gli hanno reso più facile il compito), è l’ennesima battaglia vinta dal premier nella guerra in corso da un biennio. A questo punto si potrebbe dire che il vero mandato per la sua entrata in campo è quello di annullare l’impatto sovversivo di un movimento che nelle elezioni politiche di febbraio 2013 risultava il più votato alla Camera; e si presentava in Parlamento annunciando che “l’avrebbe aperto come una scatoletta di tonno”.

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Con un Berlusconi licenziato dalla comunità internazionale per manifesta clowneria (oggi scopriamo pure spiato dall’amico americano, in quanto considerato inaffidabile) e zavorrato dalle condanne penali, il compito del contenimento ricadeva necessariamente sul Pd. Ma le prime scelte messe in pista – Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta – si rivelavano inadatte alla contrapposizione frontale, in quanto palesi mammolette. Il segretario di lungo corso sbertucciato in streaming senza mostrare il benché minimo soprassalto di dignità: colpito e affondato il 27 marzo. Il professorino premier troppo “imbastito” e “perbenino” per muovere all’attacco sul terreno dell’effervescenza comunicativa.

Anche se – va detto – il M5S, dopo la mossa intelligente e spiazzante di candidare Stefano Rodotà alla presidenza della Repubblica, andava incartandosi nella pura testimonianza autoreferenziale. Eppure continuava a mantenere un certo abbrivio.

Per questo sembrò opportuno mandare all’attacco una macchina da guerra che occupasse stabilmente il campo con la chiacchiera ininterrotta e l’abilità tattica, tradotta in invenzioni propagandistiche e manipolative che catturassero consenso. Insomma, quello che in Toscana si chiama “un trappolone”.

Chi sia stato il selezionatore/mandante del nuovo golden boy non è del tutto chiaro: taluno dice la Massoneria fiorentina, altri lo stesso Berlusconi, il quale già in passato aveva avuto rapporti con la famiglia Renzi. Probabilmente ci mise lo zampino pure il presidente Giorgio Napolitano, che in quel momento non aveva più alcun pudore nell’esercitare un potere di intromissione irrituale quanto straripante.

Ecco – dunque – un altro imbonitore illusionista, contro un soggetto politico inusuale (che, con la retorica del vaffa e il messianesimo di una politica redenta, intercettava nel mercato italiano un fenomeno mondiale quale l’indignazione), sufficientemente senza scrupoli per spianare tutto l’armamentario di trucchi della consolidata politica politicante democristiana. Una tecnologia tradizionale incarnata nel giovanilismo da under 40 tirato su a toscanismi di scarto: le furberie del Chichibio boccaccesco, un opportunismo con pretese machiavelliche. Materiale di riciclo, che pure si rivelò efficace, a fronte del dilettantismo dell’avversario; della sua ricorrente vocazione all’autogol. Quella che oggi regala spazio all’oscurantista Alfano e al soldato di ventura Verdini. Come nelle europee del 2014, quando il cosiddetto LoRenzi il Magnifico incamerò il 40% dei voti; un po’ per la trovata vintage degli 80 euro di mancia, molto per i toni terroristici della campagna elettorale di Grillo.

Da quel momento – piaccia o meno – è Renzi a menare la danza e gli altri a inseguire; dato che il giovanotto non ha uno straccio di idea di governo, le sue sedicenti riforme riciclano progetti reazionari altrui, eppure nessuno lo schioda da una centralità sulla scena pubblica perseguita e preservata con assoluta tracotanza.

Sicché anche la vicenda Cirinnà si è rivelata l’ennesimo match di colpi bassi e furbate, diversivi e tatticismi. Nel caso del facitore di trappoloni, a tutela delle corporazioni mimetizzate dietro il teatrino del nuovo che avanza e delle rottamazioni che incombono. Come le bullaggini in Europa, le trovate per grulli in materia istituzionale o il becerume delle finte politiche del lavoro. E zingarate varie.

Una messa in scena che funziona finché l’alternativa è soltanto la ricerca di contro-trappoloni. Non una politica che vola in alto, irraggiungibile per furbetti e furboni.