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Come alcuni lettori ricorderanno, per il 2016 mi sono riproposto di dedicare una serie di post a smontare, con dati nudi e crudi, le fandonie più diffuse dai media sia tradizionali che online. Il primo post della serie era dedicato alla bufala della deflazione salariale in Germania.

La vittoria di Donald Trump nei caucus del Nevada offre l’occasione per la seconda puntata della serie che affronta l’influenza dei soldi in politica, una delle colonne portanti nel castello narrativo sulle diseguaglianze economiche.

Tanto per citare un preclaro esempio di questo filone, Piketty, nel suo best seller “Il capitale nel XXI secolo”, asserisce che l’accumulazione di ricchezza costituirebbe un vulnus per la democrazia perché i super ricchi (il famigerato 1%) attraverso donazioni, contributi (palesi o occulti) ed elargizioni varie a partiti e candidati erigono una diga a protezione dei loro interessi.

Le primarie per le presidenziali in America ci permettono una verifica di questo assunto. I dati ufficiali sulle spese e i contributi elettorali vengono compilati dalla Federal Election Commission e sono disponibili on line (dal 20 febbraio) per il periodo fino al 31 gennaio 2016. Il sito del New York Times ce ne offre una tavola riassuntiva.

I dati sono suddivisi in due categorie: 1) i contributi versati atraverso il comitato elettorale del candidato da individui, casse del partito, mezzi propri del candidato (inclusi i prestiti) e 2) i fondi versati da gruppi esterni (in gergo vetero comunista potremmo definirli fiancheggiatori) tra cui spiccano i Political Action Committees (PAC). Il sito www.opensecrets.org ne fornisce le varie tipologie e l’elenco completo insieme ai comitati ufficiali. A queste organizzazioni esterne è vietato di coordinarsi con il comitato elettorale ufficiale dei candidati, ma spesso sono controllati e gestiti da amici, parenti, ex collaboratori. In pratica i PAC convogliano in modo legale i fondi di lobbisti, sindacati, associazioni, grandi aziende e personaggi facoltosi. Quindi i PAC costituiscono il veicolo principale con cui quelli che in Italia chiameremmo i poteri forti finanziano le campagne elettorali.

Dalla tabella del NYT e dal grafico di opensecrets.org  emergono 5 fatti incontrovertibili:

– Il candidato con le casse grondandi di contributi dai PAC (e altri organismi esterni) era Jeb Bush, rampollo di una dinastia politica che annovera due Presidenti ed egli stesso governatore abbastanza di successo della Florida, uno degli stati più popolosi. Essendo considerato il candidato di punta tra i Repubblicani, aveva raccolto dai PAC 134 milioni di dollari oltre ad altri 33,5 attraverso il suo comitato elettorale. Fino all’inizio delle primarie ha speso 130 milioni. Risultato? Si è ritirato dalla corsa dopo un’umiliante serie di sconfitte.

– Donald Trump, il candidato repubblicano in netto vantaggio ha raccolto dai PAC una miseria: solo 1,8 milioni di dollari.

– Trump ha speso poco finora (e men che meno di tasca propria): 27 milioni di dollari, a fronte dei 64 milioni spesi da Ben Carson – che dopo un exploit iniziale si avvia verso un mesto tramonto – oppure dei 61 milioni spesi da Marco Rubio (che ha raccolto in totale quasi tre volte più di Trump (84,6 milioni di dollari di cui 34 dai PAC) oppure ancora dei 58,6 spesi da Tez Cruz (che in totale ha raccolto 104 milioni di dollari di cui quasi 50 dai PAC).

– Sul fronte democratico la superstar è Hillary Clinton finanziata dai PAC per oltre 57 milioni di dollari e che in totale ha sbaragliato tutti i rivali con 188 milioni di dollari accumulati. Eppure finora non ha sfondato rispetto al rivale Bernie Sanders che dai PAC ha ricevuto qualche spicciolo (meno di 50 mila dollari) e nel totale si è fermato a circa la metà della Clinton, 96,3 milioni (quasi tutti da privati cittadini o piccole aziende).

– Altri candidati abbastanza noti e che avevano raccolto ragguardevoli cifre tra i 20 ed i 40 milioni di dollari come Carly Fiorna, Scott Walker, Chris Christie, Rand Paul hanno gettato la spugna e un altro John Kasich probabilmente si appresta a farlo.

Conclusione: la correlazione tra contributi e risultati elettorali è molto tenue, come del resto era emerso quando uno sconosciuto senatore nero alla prima esperienza, tal Barack Obama, aveva condotto alla resa Hillary Clinton nel 2008, oppure quando uno sconosciuto governatore di uno staterello del Sud aveva battuto George Bush (uno dei Presidenti più popolari della storia americana dopo la vittoria in Iraq) e con le casse piene di contributi. E se volessimo ricordare vicende a noi più vicine, l’exploit del Movimento 5 Stelle non ha comportato grandi somme, mentre di Lista Civica, sostenuta da Confidustria e tasche forti è rimasto solo un triste moncherino.