Da sempre l’omicidio attira. Il libro giallo, con la sua dose di mistero e di torbida malizia, è letto da tutti. Da quando la giustizia penale è divenuta un vero e proprio genere culturale, anche grazie alle trasmissioni televisive quotidianamente in onda, il “crimine vero” ha soppiantato il romanzo. Ha cosi fatto irruzione la pop justice, la giustizia penale mediatica non strumentale al processo e al suo esito ma finalizzata a creare racconti appetibili da tutti, non frutto della fantasia dello scrittore ma della tragica realtà dei protagonisti in carne e ossa.

Ritrovato cadavere a Rivara: appartiene a Gloria Rosboch, l'insegnante scomparsa

Da qualche anno ormai la pop justice riempie i palinsesti televisivi ed appassiona gli spettatori. Il “crime” è divenuto quasi un “protagonista da salotto” e con esso le squadre investigative scientifiche che, come supereroi, compaiono con le loro tute bianche sulla scena del crimine e ristabiliscono la verità. Novi Ligure, Cogne, Erba, Garlasco, Perugia, Avetrana, Mapello. Sono i nomi dei luoghi; nomi che evocano i protagonisti, le vittime, le singole storie. Tutti sanno qualcosa (o forse nulla) di come si sono svolti i fatti; ma ciò che conta è comunque il messaggio pop, quello che resta impresso. Come un poster di Andy Warhol. La villetta di Cogne; il viso di Erika; il sangue ovunque a Garlasco; Olindo e Rosa; le giovani ragazze e l’anziano ad Avetrana; la bella Meredith a Perugia; Yara ed il suo sguardo da bambina.

Sono dei “cartelloni” pubblicitari dei singoli casi. Sono le immagini che, secondo le parole di Stanley Kubrick, mancano alla giustizia penale, chiusa cognitivamente nelle sue carte che però sviliscono la comprensione che è fatta anche di informazioni per gli occhi. Finalmente un po’ di pop anche nella giustizia. Quella che scarseggia in queste vicende è la parte letteraria. Pochi o nessuno di questi casi di cronaca potrebbero divenire la trama di un libro giallo. I grandi autori di letteratura criminale hanno sempre amato delle storie più contorte, più intricate. Dove magari il mistero e il dubbio non è tanto sull’autore del delitto ma sulla sua personalità, se possibile doppia o tripla. Meglio se legata a “giri di soldi” o “giri di amanti”. Per la musica è “sesso, droga e rock and roll”; per il delitto “sesso, soldi e sangue”. Le tre “esse”: garanzia di successo letterario.

Alla Pop Justice la prova interessa fino ad un certo punto; il Dna, la perizia ed in generale quel bagaglio di conoscenze tipico dei nostri giorni e che forma il fondamento dell’investigazione 2.0, hanno valore se svelano le “tre esse”. Diversamente sono dati processuali, poco pop; poco intriganti, con poche tinte forti. I condimenti che piacciono e aprono uno scenario di mistero sui protagonisti (assassino e vittima) sono altri.

In questi giorni le cronache riferiscono di una vicenda tutta diversa. Si tratta dell’omicidio di Gloria Rosboch. Un ventenne, Gabriele, bello e dannato. Amante dei soldi, delle donne e del sesso, anche omosessuale; un complice, Roberto, cinquantenne, amante e vittima del giovane drudo; una bella ragazza marocchina, fidanzata del momento di Gabriele; la mamma di Gabriele ed il piccolo fratellino di Gabriele che, con le sue telefonate alla madre ed al fratello, rischia di far svelare un coinvolgimento famigliare nell’omicidio.

E poi la vittima. Una figura tutta opposta a quella del “lato” dei carnefici (presunti, allo stato, anche se, per buona parte di loro, rei confessi). Gloria si descrive con le immagini rinvenibili sulla rete. Avrebbe dato 187.000 euro a Gabriele; tutti i risparmi, suoi e della sua famiglia di anziani della provincia piemontese, per coltivare il sogno di scappare con Gabriele in Costa Azzurra. Sogno evidentemente mai realizzatosi e finito in tragedia: prima con la scomparsa del denaro e, poi, con l’appuntamento con la morte. Nella macchina con a bordo Gabriele e Roberto. In un pomeriggio in cui Gloria aveva raccontato a casa che sarebbe dovuta andare scuola (era insegnante, precaria).

Ciascun essere umano è fatto di pulsioni e razionalità. Uno dei cervelli più affascinanti e geniali, Edoardo Boncinelli, racconta come la corteccia cerebrale dovrebbe essere il controllore razionale del resto del cervello, intriso di paure, ricordi, passioni. Ma anche il nostro centro di razionalità (la corteccia, appunto) va educato, plasmato giorno dopo giorno, altrimenti non può svolgere la sua funzione. Come diceva Dante Alighieri “foste non fatti per vivere come bruti ma per seguire virtute e canosenza”. Era il 1300 e non si sapeva nulla di neuroscienze ma il Poeta aveva già capito tutto.

Credo che la storiaccia dell’omicidio di Gloria sarebbe una terribile e stupenda trama per un romanzo neuroscientifico. Quei testi che riescono ad unire realtà e fantasia, scienza e diritto. Un po’ come Il nome della rosa del compianto Umberto Eco. Boncinelli sostiene che siamo per un terzo genetica, per un terzo apprendimento e per un terzo caso. Trovo affascinante capire o solo immaginare come questi tre elementi abbiano giocato tra loro nei protagonisti della vicenda Gloria-Gabriele-Roberto e soggetti collegati. Il caso li ha fatti incontrare sul proprio percorso; la genetica li ha fatti uomini e donne; l’apprendimento li ha costruiti con le loro “immagini pubbliche”, le loro perversioni ed il bagaglio dei loro sogni inconfessabili. Nascosti.