Non sappiamo come (e se) sarà cambiato e approvato dal Senato, in questi giorni, la legge sulla “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze” firmata dalla piddina Cirinnà. Di certo non ci sarà più la norma sulla adozione del figlio del partner (prevista peraltro solo per le coppie omosessuali). E probabilmente vi saranno apportate altre modifiche, che ne attenueranno ulteriormente, sino probabilmente a farle scomparire, le caratteristiche di “simil-matrimonio”.

A quel punto, avremo con ogni probabilità un testo peggiore di quello arrivato in aula a Palazzo Madama.

Quel testo almeno una sua logica l’aveva. Bisognava dare “con trent’anni di ritardo” agli omosessuali, come enfaticamente è stato ripetuto in questi mesi, diritti già riconosciuti ad essi da paesi molto “più civili” del nostro. Si voleva far rientrare fra questi diritti la gran parte, se non la totalità di quelli propri del matrimonio (persino “l’obbligo reciproco alla fedeltà”, naturalmente la “stepchild adoption”, la reversibilità della pensione, le opportunità proprietarie, ecc.). Era necessario non chiamare però queste unioni “matrimonio”, per non scatenare una reazione incontenibile da parte di moderati e Chiesa. Si doveva accontentare quest’ultima ma anche l’amministrazione dello Stato, negando l’inserimento fra le “unioni civili” (e l’accesso ad analoghi diritti, a cominciare dalla reversibilità della pensione) agli eterosessuali che non vogliono e/o non possono sposarsi. Infatti la Cirinnà riservava (e riserva) le unioni civili a “due persone maggiorenni dello stesso sesso”, disciplinando solo nella sua seconda parte l’istituto della “convivenza di fatto”, riservata a due persone maggiorenni, sia omosessuali sia eterosessuali, “unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”.

Del resto, si sosteneva, gli eterosessuali hanno già il matrimonio. Che se ne fanno di un simil-matrimonio? Coloro che non vorranno sposarsi, potranno scegliere e comunque dovranno accontentarsi di essere finalmente riconosciuti dalla legge “conviventi di fatto”. Così come gli omosessuali potranno scegliere se simil-sposarsi o convivere di fatto.

Sembravano (quasi) tutti d’accordo e tutti (più o meno) scontenti. E invece, grazie o per colpa del gioco delle maggioranze e delle tattiche parlamentari, oltre che delle manifestazioni di piazza e degli interventi ex cathedra, il provvedimento ha perduto quel minimo di logica, per quanto perversa, che aveva all’inizio (e ha ancora formalmente in queste ore, in attesa delle modifiche preannunciate dal Pd in accordo con gli alfaniani).

Infatti, se salta la stepchild adoption, se non c’è l’equiparazione dell’unione civile (anche solo di fatto e non di nome) al matrimonio e se si attenuano quindi le stesse differenze fra unioni civili e convivenze di fatto, non regge evidentemente più la logica, per quanto forzata e opaca, della tripartizione normativa. Insomma, se i gay non riescono a conquistare il matrimonio e nemmeno il simil-matrimonio, che senso ha tenere in piedi le residue differenze (peraltro inique) fra le “loro” unioni civili e le convivenze degli “altri”?

Allora, facendo di necessità virtù, apparirebbe più logico tornare sulla via maestra: l’istituto dell’unione civile (per tutti) accanto e in alternativa a quello del matrimonio (riservato agli eterosessuali). E’ la via intrapresa, per esempio, ancora nel marzo 2013 con il disegno di legge d’iniziativa dei senatori Manconi e Corsini sulla “disciplina delle unioni civili”, riservate a “due persone maggiorenni, anche dello stesso sesso, che vogliano organizzare la loro vita in comune”.

Del resto, per fare un esempio, la Costituzione e la Corte Costituzionale possono consentire che la reversibilità della pensione venga riconosciuta – oltre che agli italiani eterosessuali uniti in matrimonio – agli italiani omosessuali non sposati “uniti civilmente” e negata invece agli italiani eterosessuali (e omosessuali) non sposati “conviventi”?