Migliaia di manifesti. Che saranno affissi in 118 città italiane per raccontare i successi dei primi due anni del governo guidato da Matteo Renzi. Un megaspot che, a poche settimane dalle elezioni amministrative, andrà in onda in tutti i capoluoghi di regione, in quelli di provincia e nei comuni con oltre 30 mila abitanti. Niente di strano se non fosse che – come raccontato ieri sulle pagine de Il Fatto Quotidiano –a pagare la campagna di comunicazione dell’esecutivo non sarà Palazzo Chigi ma il Parlamento. O meglio, i gruppi parlamentari del Partito democratico di Montecitorio e Palazzo Madama che, ogni anno, ricevono sostanziosi contributi dalle rispettive Camere di appartenenza per finanziare la propria attività.

CACCIA AL TESORO – Un vero e proprio tesoretto che ha resistito persino alla cura dimagrante imposta dal governo guidato da Enrico Letta. E, per effetto della quale, a partire dal 2017 i rimborsi elettorali spettanti ai partiti andranno definitivamente ad esaurirsi. Parliamo di cifre consistenti. Solo per fare un esempio, dal 2008 ad oggi, ossia nelle ultime due legislature (quella in corso e la precedente), la Camera dei deputati ha distribuito a tutti i gruppi parlamentari la bellezza di 306 milioni 924 mila 407 euro e 3 centesimi. Ai quali vanno ad aggiungersi gli analoghi trasferimenti a carico del bilancio del Senato: altri 271 milioni 951 mila 956 euro e 85 centesimi. In tutto, considerati entrambi i rami del Parlamento, negli ultimi 9 anni, i gruppi hanno messo all’incasso la cifra monstre di 578 milioni 876 mila 363 euro e 88 centesimi. Per quanto riguarda il Partito democratico, stando alle cifre disponibili (e rendicontate) relative all’attuale legislatura, i gruppi dem hanno incassato tra il 2013 e il 2014 la considerevole somma di 36 milioni 832 mila 948 euro e 52 centesimi. Dei quali, 25.713.500,51 milioni alla Camera (11.464.704,14 nel 2013 e 14.248.796,37 nel 2014) e altri 11.119.448,01 milioni al Senato (4.946.317,01 nel 2013 e 6.173.131 nel 2014). Una vera e propria manna. Soprattutto dopo la stretta varata dal governo Letta che, come detto, ha chiuso progressivamente i rubinetti dei rimborsi elettorali. Per non parlare del mezzo fiasco dei proventi dal 2 per mille che, dal 2014, i contribuenti possono volontariamente destinare al finanziamento dei partiti.

SCOPI ISTITUZIONALI – Ma come possono essere impiegati questi fondi? La materia è disciplinata dai regolamenti parlamentari. L’articolo 15 di quello di Montecitorio stabilisce che “per l’esplicazione delle loro funzioni” ai gruppi è assicurato annualmente “un contributo finanziario a carico del bilancio della Camera, unico e onnicomprensivo, a copertura di tutte le spese” commisurato “alla consistenza numerica” dei gruppi stessi. Contributi che possono essere destinati “esclusivamente agli scopi istituzionali riferiti all’attività parlamentare e alle funzioni di studio, editoria e comunicazione ad essa ricollegabili, nonché alle spese per il funzionamento degli organi e delle strutture dei Gruppi, ivi comprese quelle relative ai trattamenti economici”. Al Senato, invece, è l’articolo 16 del regolamento a disciplinare la materia. Anche qui, come per la Camera, ai “gruppi parlamentari è assicurata la disponibilità di locali, attrezzature e di un unico contributo annuale, a carico del bilancio del Senato, proporzionale alla loro consistenza numerica”. Risorse da destinareesclusivamente agli scopi istituzionali riferiti all’attività parlamentare e alle attività politiche ad essa connesse, alle funzioni di studio, editoria e comunicazione ad esse ricollegabili, nonché alle spese per il funzionamento dei loro organi e delle loro strutture, ivi comprese quelle relative ai trattamenti economici del personale”. Tornado alla vicenda della campagna di comunicazione del governo resta una domanda: è legittimo che a pagare le migliaia di manifesti con i quali l’esecutivo Renzi si appresta a tappezzare l’Italia siano i gruppi parlamentari del Pd con i contributi erogati da Camera e Senato per le finalità previste dal regolamento? La risposta è un “sì” senza riserve se la domanda viene posta al tesoriere del gruppo dem alla Camera Daniele Marantelli. “Quelle riforme sono frutto del lavoro del Parlamento – ha spiegato a Il Fatto Quotidiano – quindi è corretto impiegare i soldi dei gruppi”.

LIMITE PERICOLOSO – La risposta cambia, però, se lo stesso quesito viene rivolto ad un esperto terzo estraneo alla politica. “Una domanda che pone un bel problema”, ammette Silvio Traversa, ex docente universitario di diritto parlamentare (a Catania) e di diritto pubblico regionale (a Siena), già segretario generale della Camera (dall’89 al ‘94) e di Palazzo Chigi (governo Dini), e attuale segretario generale dell’Isle che pubblica la più autorevole rivista italiana di diritto parlamentare. Uno che se ne intende, insomma. “Non sarebbe conforme alla normativa se il governo fosse presieduto da persona diversa da chi è anche segretario di quel partito – spiega a ilfattoquotidiano.it–. Ma al di là di questa coincidenza che è abbastanza inusuale nel nostro Paese (ci sono i precedenti dei governi De Mita e Craxi, ndr), c’è da dire che se il finanziamento fosse platealmente diretto a sostenere la campagna di comunicazione del governo saremmo ai limiti del consentito”. D’altra parte, però, come osserva Traversa, “va anche tenuto conto che il gruppo parlamentare del Pd è anche il gruppo di maggioranza che sostiene il governo che, a sua volta, è presieduto dal segretario di quel partito”. Insomma, la questione non è di facile soluzione. “Probabilmente saremmo ancor più al limite se questa attività di comunicazione fosse rivolta esclusivamente o prevalentemente non già a provvedimenti del governo varati dal Parlamento e ai quali il gruppo del Pd con i voti dei suoi componenti ha contribuito in modo determinante – prosegue il segretario generale dell’Isle –. Ma ai soli provvedimenti del governo e alla relativa adozione”. Un esempio? “Se il gruppo parlamentare incentrasse in modo marcato la sua comunicazione in favore dei decreti delegati emanati dall’esecutivo”. Tirando le somme “non parlerei di illegittimità”, dal momento che “siamo in una zona un po’ franca”, aggiunge Traversa. Ma sul caso in questione, conclude, “valutazioni critiche possono più che legittimamente esprimersi”.

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