“La corruzione ci sta uccidendo” ha detto Esperanza Aguirre la scorsa domenica, rassegnando a sorpresa le sue dimissioni. Il volto storico del Partito Popolare di Madrid – trent’anni di carriera prima come sindaco, poi ministro e presidente del Senato – non ha più retto la pressione, dopo i tanti casi di corruzione e malaffare in cui il PP sarebbe coinvolto. Aguirre è stata definita la “contessa della corruzione” da Pablo Iglesias, che l’accusa di aver protetto e coperto tanti responsabili del suo partito: fra gli altri Francisco Granados, da nove mesi in carcere e braccio destro di Aguirre, che avrebbe ammesso l’esistenza di fondi illeciti. Tant’è che giovedì scorso la stessa Guardia Civil ha perquisito ancora una volta la sede del PP in merito a questa stessa inchiesta.

Intanto a Madrid s’incrociano già tre indagini e tutte per corruzione (Gürtel, Punica e il caso Bárcenas) che hanno portato alla sbarra ben 70 politici, tutti con in tasca la tessera del partito. Gli scandali di tangenti e la fiacca risposta del PP seminano sconforto tra i vecchi feudi del centrodestra spagnolo. E anche se i vertici si barricano con e dietro Mariano Rajoy, crescono le voci che auspicano una rigenerazione interna per disfarsi del fardello della corruzione e contenere l’emorragia di voti registrata nelle ultime tre elezioni: comunali, regionali e politiche. Venerdì il presidente della provincia di di León, Juan Martínez Majo, è stato il primo dirigente a chiedere pubblicamente le dimissioni del leader. Insomma il gesto di Aguirre per molti è stato visto come un invito a Rajoy di lasciare la guida del partito. E proprio quando, a due mesi dalle elezioni, il Paese continua a vivere un continuo rebus, in cerca di una quadra per trovare un futuribile governo.

Nell’occhio del ciclone non è finita solo Madrid. A Valencia, altro storico baluardo dei popolari, a fine gennaio crollava sotto i colpi di presunte mazzette un altro personaggio storico del PP, l’ex sindaco Rita Barberá. Nove dei suoi dieci assessori sono già indagati per pagamenti illegali in cambio di contratti per appalti pubblici. Lei però, icona del partito, venerata dai vertici nazionali (compreso Rajoy), si nasconde nel suo appartamento e non vuole dare spiegazioni pubbliche. Anzi, da senatrice, si trincera dietro l’immunità parlamentare.

Per Rajoy quest’ultima ondata di arresti, dichiarazioni e dimissioni arriva proprio nel momento peggiore. Il prossimo 2 marzo Pedro Sanchez, leader dei socialisti, chiederà per la prima volta il voto di fiducia in Parlamento per la formazione del governo. Se dovesse fallire, potrebbe toccare proprio a Rajoy tentare di riconquistare la poltrona di premier. Ma “questi casi di corruzione renderanno ancora più difficile trovare un accordo con un PP guidato da Rajoy”, fanno sapere i più naturali alleati di Ciudadanos.

Probabilmente lo sanno bene anche all’interno del partito, dove già le giovani leve salite sul carro del PP a settembre si svincolano dai messaggi del loro leader. Con loro anche la base e diversi deputati regionali. La paura di perdere la Moncloa e il blocco della sede madrilena a veri processi di rinnovamento, dopo le deludenti elezioni amministrative dell’anno scorso, hanno provocato lotte intestine, la sensazione di antipatia tra gli elettori – come riconosciuto dai alcuni deputati regionali – mentre molti affilano già i coltelli. Da Madrid a Valencia, passando per la Galizia e le isole Baleari, si chiede a gran voce un congresso nazionale.

Proprio ieri Cristina Cifuentes, governatrice di Madrid, che ha assunto al momento l’incarico lasciato dalla Aguirre, ha annunciato che il prossimo congresso del PP, quando sarà, eleggerà il nuovo segretario generale con il sistema delle primarie aperte. Come a dire, per Mariano Rajoy, che rispondeva con un “ti capisco” inviato via sms alla contessa dimissionaria, adesso il futuro sembra molto più incerto.

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