MILANO – Cosa cerca il pubblico andando a teatro? Due le grandi scuole di pensiero che stanno agli estremi: i conservatori, quelli che non vogliono farsi toccare e scardinare dalle loro certezze ma che anzi cercano nell’arte un’ulteriore conferma alle proprie convinzioni assodate e stratificate, che cercano il consolatorio dall’opera dal vivo, e quelli, completamente sull’altra sponda, forse anagraficamente più giovani, che invece vanno a ritagliarsi ciò che non si aspettano, più pronti all’avventura, al confrontarsi col diverso, a ciò che non si aspettavano all’entrata. Nel mezzo le cinquanta (e più) sfumature di teatro: quello che fa riflettere, il puramente evasivo, il comico, divertente, leggero, il classico, che comunque possono rientrare nei due grandi maxi panieri iniziali.

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Se cerchi il consolatorio il consiglio è assolutamente di non imbatterti nei Generazione Disagio. Già nel nome questi trentenni sfacciati hanno la parodia, ma anche la consapevolezza del già detto in precedenza. C’era la Generazione X, poi, prettamente nel mondo teatrale, Renato Palazzi coniò la Generazione T-Shirt passando per la Generazione Scenario, dal premio per le giovani compagnie, fino a questi Disagio. La compagnia di stanza milanese, di scuola Paolo Grassi, fa esercizio di stile su questi tempi bui soprattutto per i ragazzi vomitati dalle università triennali con poche prospettive di inserimento nel mondo del lavoro (esclusi McDonald’s, centri interinali e call center), sul precariato diffuso, che diventa perenne incertezza sul futuro e che si ripercuote sui rapporti interpersonali facendo traballare l’intero sistema in un grande gigante non solo con i piedi d’argilla ma anche danzante sulle uova. Lo splash, il crack, il bang, il boom sono a portata di mano. O di click.

Nel loro primo lavoro “Dopodiché stasera mi butto” l’impianto è brillante ma l’alchimia che tutto concima e trattiene, che amalgama e manteca, è di assoluta sfiducia, bruttura, declino della società occidentale. Direte, temi già affrontati, idee già argomentate, spiegazioni ormai sapute. Ma. Hanno forza senza imbarazzi e capacità sceniche senza pudori questi quattro moschettieri del perfetto studente precario che si trasforma, affondando sempre più nelle sabbie mobili di un futuro se non buio almeno grigio squallido, nel lavoratore precario senza possibilità di scelta, senza sorriso, senza felicità, senza armonia, senza sogni. Il tirare a campare come unica regola dell’esistere. Sconsolante, deprimente, avvilente.

Nel loro grande gioco dell’oca, dove si ride eccome e nel quale chi per un verso chi per l’altro ci sentiamo tutti tirati in causa, vince il più sfigato, ovvero chi più si avvicina al suicidio, che rimane l’unica e ultima scelta personale che ci è concessa in mezzo a tanti veti e divieti, costrizioni e obblighi sociali. I valori dei giovani (forse anche nostri, un po’ d’autocritica non fa certo male) sono diventati il cellulare, il preservativo, la canna e l’alcool, il piccolo sballo, la piccola conquista momentanea per non pensare, per postdatare pensieri più profondi come assegni scoperti. Ci chiediamo se i trentenni stiano peggio dei quarantenni. La lotta è dura. “Che il disagio sia con voi”, benedicono la platea con una sensazione di inadeguatezza, con un’atmosfera di insoddisfazione e frustrazione rancida e appiccicaticcia come miele che, a strappi, ad elastico, si sparge e spande, tra le risate, che così le difese e la resistenza diventa più bassa e il rombo più deflagrante. Si ride per non piangere.

Si definiscono “guerrieri del nulla”, vivono per allenarsi, e quindi abituarsi, a stare “a proprio agio nel disagio”. Un meccanismo che porta a vedere e riconoscere una normalità, di diritti negati, di scelte ormai divenute impossibili, di contorsioni verso il ribasso, in un sistema di vita che di “normale” non ha niente. In quella terra di mezzo dove non sei più figlio ma non puoi essere padre, dove non puoi avere più la paghetta ma lo stipendio è un miraggio, in quel deserto di “farò”, l’idea fatta intravedere dai genitori si scontra con la penosa realtà di porte chiuse e di portoni troppo pesanti per essere aperti. In Italia aumentano i disoccupati ma anche gli inoccupati, quei ragazzi che non studiano e che hanno smesso di cercare lavoro.

Corruzione e conoscenze sono il motore di chi entra nel frullatore del mondo del lavoro che ti fagocita, ti spolpa, ti sputa, ti centrifuga, Prima i co.co.co, poi il job’s act hanno dato una bella spinta a questo sistema patologico che punisce la meritocrazia e favorisce la fuga dei cervelli. Vince il “dovere”, escluso il “potere”, annientato il “volere”, emarginato l’“avere”, depresso l’“essere”.

I nostri quattro irriverenti, paradossalmente energici nel descrivere in questo grande quizzone o reality sulla morte collegata al precariato (in definitiva una bella denuncia non lacrimevole, non lamentevole), prendono le sembianze del laureando in filosofia fuori corso, dello stagista, del precario (hanno costumi da “spartano”, che distrugge e non costruisce, da “ebreo in un campo di concentramento”, destinato alla soluzione finale, con “accappatoio”, perché ormai rimasto in mutande), coordinati da un deus ex machina- presentatore- factotum – pifferaio magico e burattinaio o Mangiafoco, un Caronte che li conduce attraverso il tempo perso (non Guccini né tanto meno Proust), soprattutto su Facebook e Youtube (nuove droghe), tra esuberi, la pensione che è solamente una parola svuotata di qualsiasi significato, le ubriacature, i selfie. Nei Generazione Disagio non c’è voglia di rivoluzione, ma rassegnazione da aperitivo.

Cosa rimarrà degli anni duemila? Forse i “like” o gli “status” nell’ipocrisia di chi fa a gara a stare meglio (Nobraino docet), nella dissociazione tra una realtà virtuale che ormai è divenuta molto più palese, vera e concreta (anche per il tempo dedicato ai social) di quella reale. La decrescita non può essere felice. “Volere è potere” è una bella chimera inventata da chi ce l’ha fatta per rabbonire e placare chi non ce la farà mai. “Tutta la vita davanti” è una bestemmia. “Gli ultimi saranno i primi” è l’oppio dei popoli.

Visto al Teatro Atir, Milano, il 17 febbraio 2016