di Massimo Baldini (Fonte: lavoce.info)

Un taglio al cuneo

La riduzione della pressione fiscale è uno degli obiettivi principali del governo Renzi. È un impegno che il premier ha ribadito tante volte, sostenendo che si tratta di una cosa giusta, né di destra né di sinistra. Un bel cambiamento per il Pd rispetto all’idea che le tasse siano bellissime, come affermò nel 2007 l’allora ministro Tommaso Padoa Schioppa. Una delle primissime misure del governo Renzi, quasi una bandiera, ha coinvolto proprio un’imposta: il bonus di 80 euro al mese ha tagliato l’Irpef per i dipendenti con reddito complessivo da 8mila a 26mila euro, una scelta che vale circa 10 miliardi all’anno. È vero che si tratta di maggiore spesa pubblica, perché è un trasferimento a una particolare categoria di contribuenti e non una detrazione, ma il risultato è una forte riduzione dell’incidenza dell’Irpef per i lavoratori interessati. Il bonus sostiene i redditi di lavoratori occupati in posti che, a causa della globalizzazione, offrono salari molto bassi. Ben venga quindi un’integrazione di reddito per via fiscale (che però dovrebbe essere estesa anche ai circa 4 milioni di incapienti), una strada seguita da altri paesi.

Gli altri provvedimenti chiave sul fronte fiscale sono stati la riduzione temporanea dei contributi obbligatori a carico delle imprese sulle assunzioni a tempo indeterminato, fino a 8.060 euro per tre anni nel 2016 e fino a 3.250 euro per due anni nel 2017; e l’abolizione delle imposte patrimoniali sul possesso della prima casa a partire da quest’anno, che dovrebbe costituire la prima tappa di un ampio piano di riduzione della pressione fiscale, annunciato nel luglio dello scorso anno, che nei prossimi anni toccherà prima l’Ires (con una diminuzione dal 27 al 24 per cento dal 2017 già contemplata dalla legge di stabilità) e poi, di nuovo, l’Irpef. Infine, c’è l’uscita del costo del lavoro dalla base imponibile Irap.

C’è una logica in tutto ciò? Buona parte delle misure ha l’obiettivo di ridurre il cuneo fiscale sul lavoro, molto alto in Italia. Da tempo la Commissione europea consiglia di spostare il carico fiscale dai fattori produttivi ai consumi e ai patrimoni. Il bonus limita la quota del cuneo che grava sui dipendenti, mentre gli sgravi contributivi, la riduzione dell’Irap e quella prevista per l’Ires intervengono sulla parte a carico dei datori di lavoro. L’insieme delle misure non ha solo l’obiettivo di aumentare la competitività del sistema produttivo, ma anche quello di aumentare la domanda interna (il bonus).

Dalla Tasi alle clausole di salvaguardia

Il primo anno di governo è stato caratterizzato da questa linea filo-Ue e fiduciosa che uno stimolo fiscale potesse contribuire a consolidare la ripresa. Poi, a sorpresa, è arrivato l’annuncio dell’abolizione della Tasi sulla prima casa, il piatto forte della legge di Stabilità per il 2016.

La logica economica cede il passo a quella del consenso, perché la scelta va in direzione contraria a quelle precedenti, che avrebbero richiesto, per non creare un buco di bilancio, di aumentare le imposte su consumi e patrimoni, non di ridurle. È vero che la cancellazione della Tasi dovrebbe essere solo l’inizio di un ben più vasto intervento sulle imposte, ma non è detto che vi sia davvero lo spazio per farlo. Molti sostengono che in Italia il settore immobiliare ha un peso speciale e se non si riprende la crisi non finirà. Ma la prima casa è già ampiamente agevolata dal fisco, e se proprio si vuole stimolare il mercato abitativo, sarebbe meglio cominciare dalle imposte sulle transazioni. Gli effetti del taglio della Tasi in termini di aspettative non si vedono ancora, e l’autonomia tributaria dei comuni è stata gravemente compromessa.

In tutto questo, c’è un convitato di pietra: le clausole di salvaguardia. Si tratta di incrementi automatici delle imposte che la legge di Stabilità del dicembre 2014 ha previsto per gli anni dal 2016 al 2018. In pratica: ora riduciamo le imposte, ma non ci sarà alcun buco di bilancio perché nel frattempo si rafforzerà la crescita e faremo la spending review. Se poi tra un paio d’anni il deficit sarà più alto del previsto, la legge già prevede un aumento delle imposte che ci permetterà di rispettare gli impegni sui conti pubblici.

Ma nel 2015 sia la crescita che la spending review sono state inferiori alle attese. Lo scatto della clausola di salvaguardia a gennaio 2016 avrebbe prodotto un maggior gettito Iva per circa 17 miliardi, più che sufficienti per far calare il deficit secondo gli obiettivi concordati con la Commissione europea. Ma così la pressione fiscale sarebbe aumentata (al 43,6 per cento). Per evitarlo, il governo ha soppresso la clausola, con il conseguente aumento del deficit rispetto al tendenziale.

La coperta è corta: con bassa crescita economica non è possibile avere sia riduzione delle imposte sia disavanzo in calo. Altre clausole molto severe su Iva e accise sono previste per il 2017 e il 2018. Si sperava che il maggior gettito fiscale derivante dalla ripresa le avrebbe rese inutili. Con una crescita così modesta come quella che si profila alla luce delle nuove previsioni internazionali, se le clausole del 2017 e 2018 saranno abolite non riusciremo a rispettare il percorso di riduzione del deficit definito dalle regole europee. Se invece l’Iva aumenterà, il governo Renzi arriverà alle elezioni con una pressione fiscale più alta di quella del 2014, il contrario del suo programma. Le polemiche del premier contro l’austerità imposta da Bruxelles si spiegano con questo dilemma, che può preludere a scelte drammatiche nei prossimi mesi.