Il 24°anniversario di Mani Pulite che nell’immaginario collettivo rimane indelebilmente collegato al tentativo di Mario Chiesa di occultare la mazzetta fatale nel water ha trovato nell’Italia “che si è messa in moto” un perfetto remake nella stecca di Rizzi nel congelatore.

Al centro sempre la sanità, allora il pio Albergo Trivulzio, oggi gli appalti unidirezionali a favore della “fatina dei denti”, l’ennesimo scandalo nella Regione “modello” a distanza di soli 4 mesi dall’arresto del vicepresidente Mantovani. E non si ripropongono immutati, logori e penosamente ripetitivi solo i comportamenti dei mazzettari ma anche le reazioni dei politici, inclusi quelli che avevano impugnato la ramazza padana.

In casa leghista si sono levate tutte le reazioni scontate e prevedibili che accompagnano la scoperta dei peggiori scandali da più di vent’anni: c’è Maroni addolorato e “incazzato” che come già con Mantovani non poteva lontanamente immaginare; c’è Bossi che si limita a pronosticare lapidario “arriveranno anche a Maroni” e sopra tutti si leva alta e sdegnata la voce del leader post-ramazza che per sottolineare la sua discontinuità con i “vecchi partiti” se la prende con la magistratura “politicizzata” e si augura che “non si tratti dei soliti magistrati in campagna elettorale”.

E con questa ennesima tirata contro i controllori che vengono messi sul banco degli imputati al posto di quelli che nascondono le mazzette nei puff, nei muri o nei congelatori, Matteo Salvini facendo il verso a Berlusconi  si è idealmente collocato nella scia di un campione assoluto degli splendori e soprattutto delle miserie della Prima Repubblica come Paolo Cirino Pomicino, uno dei bersagli preferiti della Lega ai tempi di “Roma ladrona”.

Infatti in una recente puntata di Fuorionda intitolata “1992/2016 Qualcosa è cambiato?” l’ex ministro democristiano si è scagliato contro Antonio Di Pietro, colpevole di aver imputato al sistema tangentizio la mole insostenibile di un debito pubblico che ha contribuito all’implosione delle prima repubblica e che grava tuttora sul paese, dandogli del “mascalzone” e dell’ignorante” ed intimandogli di esibire la sua dichiarazione dei redditi.

Ma la sparata di Cirino Pomicino, condannato in via definitiva a 1 anno e 8 mesi per finanziamento illecito (maxitangente Enimont) e ad una pena di 2 mesi per corruzione grazie al patteggiamento , che si presenta come un protagonista non pentito di un mondo cronologicamente lontano e suscita meno fastidio di tanti “campioni” della Seconda Repubblica spesso scarti della prima, non è l’intemperanza di un ex nei confronti di un altro ex ma s’ inserisce perfettamente nella campagna revisionistica permanente nei confronti di Mani Pulite per screditare l’operato della magistratura e riabilitare un ceto politico indifendibile.

Invece di dare spazio adeguato agli allarmi concreti e documentati sui costi insostenibili della corruzione dilagante e ramificata capillarmente secondo quanto emerso in questi giorni anche dal bilancio della Corte dei Conti, dovuta in primo luogo come aveva detto chiaramente Piercamillo Davigo al Congresso dell’Anm dall’incapacità dei partiti di selezionare “una classe dirigente degna” e dalla “resistenza a cacciare i corrotti” la cosiddetta grande stampa ha continuato ad esercitarsi, in particolare in coincidenza con l’anniversario della morte di Bettino Craxi, nel tiro incrociato su Mani Pulite. Un esempio molto illuminante l’ha dato Gianni Riotta su la Stampa del 14 gennaio recensendo il libro di Mattia Feltri dal titolo inequivocabile L’anno del terrore di Mani Pulite dove, facendosi megafono dell’autore, ripercorre e stigmatizza quella che definisce “la via crucis italiana di 23 anni fa” e la “ferocia maramaldesca con cui i politici, il leader socialista Craxi, su tutti, vengono umiliati…” e mette in fila tutti alla rinfusa tutti i presunti “martiri” dell’accanimento giudiziario e della “furia giacobina”.

L’assunto di questo fervore revisionista che nega, forza o distorce i fatti di cui abbiamo memoria, come per esempio i titoli sparati sul “presunto pupazzo manovrabile” dagli Usa tra i protagonisti dell’inchiesta che non trovano alcun riscontro nelle dichiarazioni dell’allora capo della rappresentanza americana, è quello di gettare ombre e fango su un’inchiesta condotta nel rispetto delle leggi e della Costituzione nei confronti di un numero impressionante di politici ed imprenditori dediti al sistema della “dazione ambientale”.

Lo scopo, dichiarato, è rivolto strettamente al presente: mettere in guardia i cittadini e gli elettori di oggi allarmati e disgustati dagli scandali quotidiani dal “rischio” che “quell’esplosione di rabbia e populismo” si riproponga nel 2016. Ma per evitare l’ipotetico “rischio” sarebbe bastato invertire la rotta da quel lontano 1993.