La proposta di creare un Super-ministro europeo dell’Economia è stata saggiamente spazzata via da Renzi. Si trattava dell’ultima trovata per accentuare l’austerità in Europa. Ma dopo il ‘no’ all’Europa, verso dove dirigere la fragile navicella Italia?

Le tendenze della disoccupazione, del Pil, del debito pubblico e privato (banche), infatti, sono al limite della insostenibilità finanziaria, sociale, e politica. Ma le polemiche con l’Europa stanno finalmente producendo un ampio consenso interno su quali siano i vincoli, le vie di fuga e relativi costi e benefici che l’Italia ha di fronte.

Situazione:
1. L’Italia è in trappola, a causa dell’euro, che non consente di svalutare e riallineare i prezzi interni con quelli della Germania (Enzo Cipolletta).
2. Lo stimolo proveniente dal deprezzamento dell’Euro contro dollaro e dal crollo dei prezzi del petrolio si sta esaurendo. La flessibilità dello 0,2% sul deficit chiaramente non basta. E nel 2017 l’Italia si è impegnata a fare una pesante manovra di austerità (Iva ecc.), che riporterebbe il paese in recessione.
3. Aggravano la situazione le politiche depressive imposte dall’Europa. La Bce si è mossa con 5 anni di ritardo; il deficit spending è vietato dal fiscal compact.
4. La produttività non c’entra nulla con la crisi attuale, almeno dal 2008.
5. In queste sabbie mobili Renzi rischia. L’attacco di Monti in Parlamento – “Lei non manca occasione per denigrare… l’Unione europea… a clave o a scalpello…” – secondo alcuni è teleguidato dall’Europa, che non esita mai a far fuori i leader nazionali scomodi.

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Il problema economico europeo nasce dalla contraddizione – sempre più evidente – fra i due obiettivi di finanza pubblica imposti dalle regole europee: la riduzione del rapporto fra deficit pubblico e Pil, e del rapporto fra debito pubblico e Pil. Se si riduce il deficit, la riduzione del Pil che ne deriva provoca un aumento del rapporto fra debito pubblico e Pil (inoltre aumentano le sofferenze bancarie). Per stabilizzare e ridurre il rapporto fra debito pubblico (+privato) e Pil (come hanno fatto Obama, la Spagna, l’Inghilterra… ecc.) occorre alzare il deficit pubblico per qualche anno, ben oltre la soglia del 3% del Pil prevista dalle regole europee. Questo è il paradosso che l’Italia ha di fronte.

Renzi finora, polemiche a parte, si è limitato, come i suoi predecessori, a chiedere ‘flessibilità’ ed ‘eccezioni’ alle regole europee. Ma si sa: l’eccezione conferma la regola. In cambio della flessibilità, l’Europa ha ottenuto in questi anni sempre nuove cessioni di sovranità. Le quali – in assenza di una Costituzione Europea che sancisca i diritti di tutti – si usano poi per stringere ulteriormente il cappio intorno al nostro collo. Le maggioranze spesso fanno questo alle minoranze, quando non c’è una Costituzione vigente. E le ‘maggioranze’ è facile comprarsele, quando si è creditori, come è la Germania, o quando si è nella posizione di elargire o meno in modo discrezionale eccezioni e ‘flessibilità’ ma solo ai paesi ossequienti.

Ha ragione Virgilio Dastoli (Movimento Federalista Europeo: vogliono gli Stati Uniti d’Europa) quando, dopo aver chiesto un rilancio degli investimenti europei, scrive: “Per governare la nuova capacità fiscale europea serve un governo federale che risponda al parlamento europeo nel quadro di una costituzione democratica per l’Europa.”  È onesto perché ammette che, per ora, non si può cedere altra sovranità, fino a quando si saranno fatti prima i passi costituzionali fondamentali. E poiché essi sono di là da venire (essendo l’Europa notoriamente divisa su tutto: i falchi insistono per creare una governance economica soffocante), ne consegue che bisogna cercare altre strade. Quali?

C’è chi suggerisce a Renzi di ignorare l’Europa, portare il deficit al 5%, spiegare ai mercati che lo facciamo per fermare la corsa del debito, illustrare i dettagli tecnici macroeconomici, e “sperare” che gli spread non risalgano. Ma gli spread dipendono totalmente dalla Bce, e da chi i mercati sanno influenza le sue scelte ultime in modo determinante (Germania). Il rischio sarebbe enorme (vedi Grecia). Come dice Cipolletta, “Ai mercati si attribuiscono tante intenzioni che non esistono se non nella mente di chi le formula. In realtà i mercati vogliono sapere se la banca centrale di un paese sostiene i titoli di stato. Quando questo avviene, come negli Usa e in Giappone (che ha un debito pubblico superiore all’Italia), i mercati capiscono e i tassi di interesse sono negativi. In Europa invece si continua ad affermare che i debiti sovrani sono a rischio per i paesi ad alto debito pubblico, e per forza i mercati speculano creando una spread rispetto ai bund tedeschi, che è solo effetto delle dichiarazioni e delle proposte tedesche sulla necessità di valutare i rischi dei debiti sovrani europei.”

L’alternativa è delineare un programma di stimoli fiscali da realizzare, però, con l’avallo dell’Europa previa la definizione delle garanzie e dei controlli che l’Europa potrà chiedere. I controlli più (non meno) stretti sulla solvibilità di lungo termine della finanza pubblica degli stati membri sono l’altra faccia della medaglia delle politiche anticicliche e dell’assicurazione sui titoli pubblici fornita dalla banca centrale/prestatore di ultima istanza. Quanto al vincolo estero, non è l’oggetto del presente post; ma in ogni caso non scatta prima di qualche anno, ed è possibile includere nella trattativa un aumento dei salari tedeschi per riequilibrare la competitività fra noi e loro.

Perché i tedeschi dovrebbero trattare? Semplice: sono nostri creditori e rivogliono i soldi; che non potremo restituire se non ci riprendiamo.

Nessuno in Europa ha saputo neppure iniziare ad impostare una trattativa siffatta. Ma per Renzi la resa dei conti si avvicina. Ha tutto l’interesse a chiarirsi le idee in fretta, e a passare dalle vacue polemiche a una proposta sistemica per cambiare verso all’Europa.