Ho conosciuto Umberto Eco di persona nell’ottobre del 2008, quando venne alla University of Toronto per una serie di lectio magistralis in letteratura, semiotica, medioevo e “meaning of life”, come direbbero i Monty Python.

Eco aveva una passione tutta intellettuale per Toronto e in particolare per la sua maggiore università, che include la celeberrima Robarts Library. In questa maestosa biblioteca universitaria, infatti, che ospita circa 17 milioni di libri a scaffale libero (così diverso dal bizantino sistema bibliotecario italiano, da Eco descritto in un articolo del 1981 “De Bibliotheca”, oggi raccolto in Sette anni di desiderio), Eco veniva sin dalla fine degli anni Settanta per le sue ricerche e per trovare ispirazione. Ispirazione che a volte giungeva non solo dai preziosi testi qui custoditi, ma anche dalla originale architettura del luogo, la cui scala in stile Esher servì a Eco per descrivere la scala de Il nome della Rosa.

Eco in una vecchia foto del 1999

Ma di Toronto Eco apprezzava molto altro: la dimensione così lontana dall’Italia, nel bene e nel male, eppure la folta comunità italo-canadese, composta in gran parte di friulani, abruzzesi e romani come me; il grosso dipartimento di Italian Studies dell’università e i tavolini dei ristoranti su Harbourfront; la dimensione multietnica, stile ponte di comando di Star Trek, e il famoso cappuccino del Bar Mercurio, su Bloor Street, che frequentavo anche io assieme al mio amico storico Salvatore Garau. “Amo questa città”, mi disse in una chiacchierata alla Muzzo Family Alumni Hall, “è una via di mezzo fra New York e Londra, ma molto più sicura”. La nostra chiacchierata era partita dal suo incontro con Pier Vittorio Tondelli, l’autore su cui stavo scrivendo la mia tesi di dottorato, e che Eco aveva avuto fra i suoi studenti del Dams, dandogli un famoso 29 su una tesina sul vino come semema.

A dire il vero quella nostra chiacchierata dell’ottobre 2008 non era iniziata di persona, e non era nemmeno iniziata nell’ottobre 2008.

Quando muoiono monumenti della cultura, autori i cui libri hai letto, studiato, sottolineato, glossato, commentato, analizzato, recensito e ripetuto in sede di esame e poi di conferenze, la realtà è che quella “chiacchierata” era iniziata molti anni prima. In terza superiore, per la precisione, al liceo scientifico, quando il mio atroce professore di Italiano fece l’unica cosa giusta della sua carriera, dandomi da leggere per intero e in due giorni Il nome della rosa. Fu uno choc. Superare quelle prime 200 pagine fu difficile. Erano i famosi “esercizi spirituali” che secondo l’autore il lettore del romanzo avrebbe dovuto compiere, sulla falsa riga di Adso; quelle 200 pagine che avevano causato tante grane al manoscritto di Eco da parte dei principali editori italiani. Mi si aprì un mondo.

In terza liceo potei solo apprezzare il primo livello di lettura, quello del thriller di stampo storico, ma già alla seconda lettura mi resi conto del carattere di meta-teatro che si nascondeva dietro quel ragazzo che si fa coinvolgere dalla lettura del misterioso manoscritto benedettino, manoscritto che pare dannato da quante morti determina fra i suoi lettori. Il potere della parola può davvero uccidere. Più avanti mi sarei soffermato sulla bizzarra ma affascinante teoria di Beniamino Placido, che tracciò un parallelo fra i gruppuscoli del terrorismo politico italiano di fine Settanta e le varie sètte di frati descritte nel romanzo, quei frati che propagandano di sé una fede gretta, senza anima e senza sorriso, ciascuno custode di una verità assoluta che non ammette dubbio e che non ammette interpretazioni differenti.

Da lì avrei scoperto le antologie di articoli di Eco sul Sessantotto e sul Settantasette, oggi raccolte nella già citata Sette anni di desiderio e in Il costume di casa, quindi le sue riflessioni in Apocalittici e integrati su “cultura highbrow” o alta, e “lowbrow” o bassa, in cui finalmente un fine accademico italiano sdoganava mondi sempre guardati malissimo dalla Kultura italiana, all’epoca prigioniera di polverose interpretazioni para-marxiane e crociane. Eco no, Eco parlava dell’importanza del fumetto (e non solo del Charlie Brown di Schulz, su cui hanno scritto in molti, ma anche del fumetto neofascista degli anni Settanta, come in “Fascio e fumetto”) dell’impatto sociale della televisione, della fenomenologia di Mike Bongiorno, del ruolo filosofico dei supereroi americani, di Alien Theory, di James Bond. Parlava tanto di America, Eco, e dell’americanismo e antiamericanismo di tanti intellettuali di Sinistra italiana (“Il mito americano di tre generazioni antiamericane”, oggi raccolto in Sulla letteratura).

In articoli come “Vietando s’impara” e “Pesci rossi e tigri di carta” avrei trovato le cose più lucide e importanti e ricche di senso mai lette sia sul concetto di impegno e intellettuali, che sul significato del Gruppo 63. In pezzi come “I reazionari di Sinistra” avrei trovato una disamina franca e sarcastica di certa radicalità a me sempre più aliena. In Sei passeggiate nei boschi narrativi, dove ha raccolto i testi delle sue Norton Lectures del 1992-93, Eco affronta la scienza del narrare spiegando cosa sia il suo Autore Modello e il suo Lettore Modello. I riferimenti sono alla portata di chiunque e lo stile è piano, sembra rivolto a un gruppo di brillanti studenti delle medie, non ai graduate students di Harvard.

E poi i suoi interventi sull’infinita–e per tanti aspetti completamente inutile – discussione sul postmodernismo: leggetevi “Sindrome di Stendhal” o “Ironia intertestuale e livelli di lettura”, che brillano per chiarezza e compendiosità, e ammirate come Eco si diverte a disarticolare con una levità e un’ironia senza pari le congetture di alcuni dei più bei nomi fra i sostenitori del concetto di “postmodernismo“. Eco è stato per lunghi decenni l’unico autore italiano a parlare in termini seri di Kitsch e perfino di strategia Camp, e questo senza neanche sfiorare l’immenso portato della sua riflessione sulla traduzione e sulla semiotica, branche del sapere che oggi hanno in lui il maggiore autore italiano di tutti i tempi.

Insomma, quella mia chiacchierata di Toronto del 2008 era proprio cominciata tanti anni prima, e si era caratterizzata per una prima parte a mo’ di monologo, in cui io avevo letto alcune delle cose che il grande Maestro aveva da dire sulla realtà e la cultura che ci circondano. Il bello, in un giorno così triste come quello della scomparsa di questo immenso autore, è che ora che lui è fisicamente morto, tutti voi che avete letto fin qui e che ancora non doveste conoscere i suoi scritti, potrete farlo. In fondo, la lezione di Umberto Eco, tramite i suoi imprescindibili scritti, è questa: leggendo, scrivendo e pubblicando si raggiunge una forma di eternità.