Nel procedere di queste chiacchierate si sta verificando ciò che a me appariva chiaro fin dall’inizio e che ha costituito la ragione di questa mia lenta progressione, questo cercare di avvicinarmi passo passo all’obiettivo vero.
Ricordo che rimasi sgomento quando ricevetti quello studio del Mise sulle Pmmi (Piccole Micro Medie Imprese): studio che comparve come allegato nel mio post Politica industriale, ti incaricano di definire un piano per le pmi: che fai? – I): non so se quello studio sia stato richiesto dalla Presidenza del Consiglio (Matteo Renzi, allora in carica da poco tempo) oppure se fu una pensata spontanea del Mise. Certo è che al problema – vero e grave e immanente da anni – di rivedere con coraggio e innovazione il problema della nostra industria manifatturiera si rispose con uno studio sociologico costosissimo e privo della pur più piccola idea di politica industriale in aiuto a tale sospirata soluzione.

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Come a me succede sempre, ebbi un moto di ribellione nei confronti dei burocrati e anche nei confronti di una certa ‘cultura’ (che io chiamo della Magna Grecia) che tali burocrati sforna a tonnellate all’anno: ebbi la sensazione tattile di quanto parassitismo alberghi nelle nostre istituzioni. Perché, a mio avviso (e lo dico con certezza, non soltanto ‘mio’) in merito all’argomento ‘industria manifatturiera’ – quanto meno, ma anche in merito a tanti altri argomenti – noi viviamo portando al collo una catena pesantissima costituita dall’assoluta assenza dello Stato sull’argomento. In fondo ormai si tratta di un costume: da un lato lo Stato non fa nulla, dall’altro il mondo imprenditoriale ormai non protesta neppure più. E le nostre aziende chiudono…

Così a poco a poco, avendo in testa un piccolissimo straccio di idea (sarà stupida, però è la ‘mia’ idea, nella quale credo, assolutamente credo) ho cercato di creare le basi nel mondo dei lettori per poter valutare, soppesare e apprezzare o condannare quella che ritengo – potrei sbagliare – essere probabilmente l’unica idea esistente in materia: un’idea che – se valida – avrebbe un pregio colossale, ovvero permetterebbe di impostare le basi di un ‘Piano di Riconversione Industriale dell’Industria Manifatturiera’ (PRIM) che ci servirebbe quanto mai e che potrebbe risolvere anche tantissime angosce di tanti imprenditori e di tanti dipendenti che oggi la sera, quando vanno a casa, non sanno se la mattina successiva i cancelli saranno ancora aperti…

Lo Stato, non attraverso le erogazioni a pioggia ma attraverso l’uso intelligente dei mezzi – potenti – di cui dispone, è (non si rida, prego) l’alleato potenziale più forte e determinante per andare nella giusta direzione. Ma occorre che la smetta di dormire. Costa troppo e dà troppo poco.

Ora siamo a una svolta di questi post: la bozza dell’idea, il primo abbozzo di scheletro – diciamolo così, una prima ipotesi di bozza – dell’idea è uscito: e fra i lettori è calato il silenzio. Direi che le risposte (o interventi) che ho ricevuto si potrebbero catalogare in tre grandi comparti:
– i super pessimisti;
– i curiosi angosciati;
– gli incuriositi.

Definire i superpessimisti è facile: no, tutte balle, in Italia non si può fare, tutti ladri, tutti corrotti. E giù, tonnellate di dolore, anche molto sentito. Per il nostro Paese, per i bisogni di tanta gente che soffre profondamente sia sul piano materiale che su quello psicologico, esprimere queste considerazioni non è soltanto inutile, ma è soprattutto una colpa: una vera e propria colpa civile. Serve a sfogare tensioni personali e a dare a se stessi – a fronte del proprio non fare civilmente nulla – una patente di assoluzione: io non faccio niente perché non si può fare niente: non è colpa mia.
Diversa la situazione dei curiosi angosciati: soffrono come i superpessimisti, ma hanno le ciglia aggrottate, sospettose: non ci credono a quel che dico, però….: ma che cosa nasconde questo pazzoide che ciancia di ‘olonica’…?
Poi ci sono gli incuriositi: a quel che mi è capitato di riscontrare sono tre in tutto: mi figuro che siano anime benevole, sostanzialmente candide, che aspettano molto prima di calare la mannaia…

Ho descritto questo quadretto un po’ ironico con uno scopo preciso: in fondo, in piccolo, è una rappresentazione del quadro nazionale, quando si pensi alla assoluta assenza di una ‘visione’ larga, di quadro, che includa le cornici, dalla quale possa discendere qualche idea anche se informe.

Ci lamentiamo della nostra classe dirigente, ma questa classe dirigente è fatta di nostri figli, che abbiamo educato noi, dai quali ci aspettiamo proposte che invece non arrivano: come mai? Che cosa è successo?
Una delle cose che mi hanno colpito nel corso di questa avventura da blogger del Fatto Quotidiano è la seguente: non ho mai trovato su questo giornale, che peraltro è molto aperto e non superficiale nelle sue trattazioni, un articolo che in qualche modo si interessi del problema della ‘politica industriale nazionale’ con rilevanza verso la nostra industria manifatturiera. Eppure abbiamo giornalisti molto capaci e acuti nelle loro osservazioni, ma le loro argomentazioni sono molto mutevoli, variabili nei temi, senza un nesso logico costante: come si conviene ad un giornalista e non ad uno studioso specifico.

Così accade che questa tematica – che per sua natura è lunga e non è possibile bruciare in un solo articolo – non venga mai neppure sfiorata: i miei interventi sono forse i primi in assoluto nel cercare di sollevare il velo su questi temi e nel cercare di proporli per una loro maturazione e diffusione più ampia.
Questo dice quanto sia difficile ‘pensare’ in termini strategici: non è una questione di incapacità, è una questione di cultura, di preparazione intellettuale, che discende sempre da quella – a volte – sciagurata impostazione dei nostri gusti e della nostra preparazione che io chiamo della Magna Grecia. Siamo troppo chiusi in quella maledetta …’turris eburnea’. E’ bene che ci rendiamo conto: non è soltanto una questione di politici incapaci (peraltro pure pesantemente presente): è, come sempre, una questione di ‘cultura’: ma bisogna tenere duro.