Il 12 febbraio ho partecipato all’apertura della campagna referendaria sarda contro la riforma costituzionale. Per qualche minuto, ma vi ho partecipato. La sala era strapiena, a presenziare una bella fetta della Cagliari che si mobilita quando c’è da parlare di diritti, meno se in ballo ci sono poltrone. “Illegittime le modifiche, illegittimo il Parlamento che le ha votate”, ha spiegato il costituzionalista della Sapienza Federico Sorrentino, introdotto da Andrea Pubusa. E poi associazioni, insegnanti, ex partigiani, cittadine e cittadini. Esigua la pattuglia dei politici di mestiere, limitata quasi al solo parlamentare Michele Piras, che ha definito “oligarca” il primo ministro Renzi.

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La riforma modifica in senso centralista il rapporto Stato-Regioni. In particolare, in tema di “ambiente ed ecosistemi” e “produzione, trasporto e distribuzione nazionali di energia” la competenza ritorna in capo allo Stato centrale. Viene addirittura inserita una clausola di sovranità statale estremamente chiara: “Su proposta del governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridico economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

Per chi, in Sardegna, crede nell’autodeterminazione e nell’autogoverno, è la fine.

Si aggiunga che L’attuale riforma costituzionale renderebbe completamente ininfluente il peso dei senatori sardi nel nuovo Senato. Anzi la Sardegna risulta penalizzata rispetto ad altre Regioni speciali. Al contrario, una lunghissima e nobile tradizione costituzionale, il cui esempio più conosciuto è quello statunitense, prevede che una camera rappresentativa delle realtà locali non venga costituita in base alla popolazione, con un tendenziale, costante e continuo processo che favorisce i territori maggiormente abitati e ricchi, bensì in misura paritaria, così da permettere l’emersione degli interessi delle realtà meno popolate, che spesso sono le più povere.

Che la campagna per il No al referendum costituzionale veda schierata a Cagliari la sola società civile è preoccupante. Il Pd è spaccato, ma le ragioni politiche non emergono (Renato Soru si è autosospeso da Segretario regionale dopo aver incassato la sfiducia dei Sultani del partito e le dimissioni della segreteria), la Cgil tarda a schierarsi. Sel, in testa il sindaco, ha deciso per una ambigua posizione di attesa, in completa controtendenza con quanto avviene altrove in Italia, pur di non perdere il feeling che la lega al Pd cittadino in vista delle amministrative.

Al comune di Cagliari, per non dispiacere al Partito Democratico che ha deciso l’investitura del sindaco uscente Massimo Zedda, Sel si è addirittura astenuta (compattamente contrario il Pd), rispetto ad un ordine del giorno in consiglio comunale, che criticava aspramente il progetto di riforma costituzionale, killer dell’autonomia regionale sarda, e fortemente limitativa di quella degli enti locali. In tutta Italia si presentano ordini del giorno contro la riforma, ed a Cagliari ci si astiene.

A Roma, dal 19 al 21 febbraio, si terrà il convegno che dovrebbe dare forma alla nuova “cosa di sinistra”. Siamo sicuri che queste alchimie politiche locali serviranno a dare ali ad un progetto che vorrebbe spiccare il volo?