L’esempio del Brasile, lo stimolo delle Olimpiadi per combattere la povertà. Una piaga sociale che in Italia affligge quattro milioni di persone, e su cui il nostro Paese non fa ancora abbastanza, vista l’assenza di uno strumento di vero sostegno come potrebbe essere il reddito di cittadinanza, e i soli 600 milioni di euro spesi nel 2016 (comunque una novità positiva rispetto al passato) a fronte dei sette miliardi di euro che ci vorrebbero per aiutare tutti i bisognosi. L’obiettivo di ridurre del 50% la fascia di persone sotto la soglia della povertà entro il 2030, e di cancellare l’abbandono scolastico, per il momento è un miraggio. Sono tutti i numeri contenuti nella nuova edizione di “L’Italia e la lotta alla povertà del mondo“, il rapporto di Action Aid giunto alla decima edizione e presentato a Roma nell’ambito del convegno “Italia-Brasile, la partita decisiva: dall’eredità di Expo2015 al countdown verso Rio2016“.

Difficile dire quanto i Giochi potranno incidere sulla lotta alla povertà: “Diciamo che possono essere un volano, dare ulteriore impulso alle politiche che abbiamo messo in campo”, spiega Arnoldo de Campos, viceministro del governo brasiliano per lo Sviluppo sociale. “Si tratta di un evento molto circoscritto nel tempo, noi crediamo nei progetti a lungo termine”. È con questi che il Brasile è riuscito ad abbattere dell’82% negli ultimi 15 anni la percentuale di popolazione malnutrita, uscendo nel 2014 dalla Mappa della fame nel mondo dell’Onu: prima “Fame zero” dal 2003 al 2010, poi “Brasile senza povertà” dal 2011 al 2014, puntando su accesso al cibo, creazione di reddito e impiego e rafforzo dell’agricoltura familiare. “Perché se non hai delle strategie precise non entri nelle favelas”.

Tutto quello che servirebbe all’Italia. Come emerge dal nuovo rapporto di Action Aid, in Europa, a 5 anni dal lancio della strategia di Europa 2020, la povertà relativa e assoluta invece che diminuire, è aumentata. E anche nel nostro Paese le cose non vanno per il meglio: gli individui in situazione di povertà assoluta sono oltre 4 milioni, il 6,8% della popolazione; addirittura 17 milioni sono quelle a rischio. Mentre il governo spende appena lo 0,19% del Pil in cooperazione internazionale, rispetto allo 0,3% della media Ocse e allo 0,7% dell’obiettivo prefissato. “Siamo consapevoli di essere molto indietro, contiamo di migliorare presto con la legge delega sulla povertà approvata dal parlamento”, ammette il sottosegretario del ministero del Lavoro, Luigi Bobba. In realtà, come spiega Tito Boeri, presidente dell’Inps che ha curato la prefazione dell’agenda di Action Aid, le condizioni per un intervento più incisivo ci sarebbero pure: “A livello locale abbiamo grande esperienza dei Comuni e delle associazioni. Anche l’Isee è uno strumento efficace per misurare lo stato delle famiglie e individuare i beneficiari. La verità è che fin qui è sempre mancata la volontà politica a livello nazionale”.

Stesso discorso per il reddito minimo, una delle possibili soluzioni: “L’Italia è l’unico Paese in Europa insieme alla Grecia in cui non esiste uno strumento specifico di contrasto alla povertà, come potrebbe essere uno schema di reddito di cittadinanza”, denuncia il segretario di Action Aid, Marco De Ponte. Augurandosi che “il governo Renzi traduca gli annunci in realtà restituendo all’Italia un ruolo da protagonista, in linea con l’Agenda 2030 dell’Onu, trasformando l’eredità di Expo in impegni concreti per realizzare una vera democrazia del cibo. Se la nuova architettura della cooperazione italiana sta prendendo forma, molto resta da fare per incrementare le risorse, ridurre la volatilità degli aiuti e renderli più trasparenti. Sono necessarie politiche più coerenti e interventi meno frammentari, che privilegino gli stati fragili e meno avanzati. Va inoltre definito il ruolo del settore privato, che può essere una risorsa a patto che superi le stesse prove di efficienza e trasparenza delle Ong e che lavori per affermare i diritti umani, sociali e ambientali”. I numeri parlano chiaro: la Francia investe lo 0,4% del Pil e raggiunge il 7% della popolazione, il Regno Unito spende anche di più (lo 0,46%) per aiutare quasi due milioni di cittadini. L’Italia è ferma al palo. “Speriamo che il 2016 sia l’anno buono per invertire la tendenza”, conclude Boeri. Partirà un piano triennale che prevede l’investimento di 600 milioni di euro subito, un miliardo a partire dal 2017. Ma secondo la proposta di reddito d’inclusione sociale presentata da Action Aid, ce ne vorrebbero circa sette all’anno a pieno regime, da stanziare in maniera stabile e duratura.

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