La cosa peggiore nel progetto di revisione delle norme in materia di pensioni di reversibilità che il governo voleva affrontare nell’ambito del ddl approvato dal Consiglio dei ministri alla fine di gennaio non è l’ovvia considerazione che anziché contrastare la povertà come in modo propagandistico il governo ha annunciato, avrebbe finito per impoverire i futuri beneficiari degli assegni di reversibilità, ma la pericolosissima definizione, implicita nell’elaborato del governo delle reversibilità come forme di assistenza.

Il punto, che pervicacemente Renzi persegue da ancora prima del suo insediamento come presidente del Consiglio, è uno snodo fondamentale nel percorso che potrebbe condurre verso una concezione moderna di previdenza oppure ancorare definitivamente il sistema pensionistico a una concezione puramente assistenziale nella quale lo Stato dispone a piacimento dei contributi versati dai lavoratori e poi elargisce a sua discrezione.

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Da (predestinato) aspirante presidente dell’Esecutivo, già a fine 2013 Renzi sparava bordate demagogiche contro la iniquità del meccanismo della reversibilità; furbescamente e spregiudicatamente portava l’esempio della propria nonna, inviando un messaggio subliminale all’opinione pubblica: non guardo in faccia a nessuno e colpisco anche i miei affetti; in linea con quanto avrebbe poi fatto in seguito, rifuggiva da qualsiasi confronto sui princìpi previdenziali, sull’equità o meno di tagli insensibili alla storia contributiva e soprattutto sui risvolti in termini di sviluppo socio culturale della nazione del permanere – e direi, anzi, della accentuazione – della commistione di assistenza e previdenza.

Le successive misure del governo, includenti l’estensione dei contributi di solidarietà e la sostanziale deformazione della sentenza della Consulta in materia di perequazione trasformata da restituzione della stessa a meccanismo ridistribuivo verso gli assegni più bassi, hanno confermato il giudizio sull’approccio di Renzi: una visione affabulativamente assistenziale e nella narrazione del governo improntata a rigorosi criteri di equità, ma nei fatti in totale disprezzo delle costose contribuzioni individuali nel periodo lavorativo.

Il preannunciato intervento sulle reversibilità avrebbe spostato ulteriormente il baricentro verso l’assistenza, con l’aggravante di definire apertamente gli assegni di reversibilità come tale. Se una riforma si avesse da fare sulle reversibilità, essa dovrebbe invece essere basata, come per tutta la previdenza, sul volume dei contributi sottostanti e su calcoli attuariali e non sui redditi del superstite come invece oggi è.

Basterebbe moltiplicare l’assegno del coniuge deceduto per gli anni della sua aspettativa di vita residua e dividere poi per gli anni dell’aspettativa di vita del coniuge sopravvissuto; quasi troppo elementare e eliminerebbe alcune (pochissime) storture derivanti da matrimoni di anziani con giovani coniugi; ma ciò impedirebbe allo Stato di disporre autoritariamente e arbitrariamente dei contributi di chi ha avuto la sventura di versarne tanti per sussidiare chi, per ragioni varie, non lo ha fatto o non ha potuto farlo e questo non sembra essere gradito ai nostri governanti che sulla cassa delle pensioni fanno mostra di voler restare seduti con intenti demagogici.

Non c’è da stupirsi di questo ennesimo tentativo di disconoscere i meriti contributivi; il governo fa dell’assistenza discrezionale un vessillo e così una volta distribuisce 80 € e l’altra fiscalizza i meccanismi perequativi delle pensioni; ha lasciato cadere istantaneamente l’idea di un ricalcolo contributivo originariamente proposta dal Presidente dell’Inps Tito Boeri, il quale l’ha sostituita con macchinosi calcoli attuariali che nuovamente trascurerebbero la storia contributiva.

Nel mentre, le voci che chiedono una netta separazione tra assistenza e previdenza – ultima quella di Alberto Brambilla sul Corriere della Sera di oggi –  restano sostanzialmente inascoltate e anche il terrorismo circa le future pensioni contributive rema nella direzione di convincere che l’unica via sia la sussidiarietà saldamente mantenuta nelle mani dello Stato.

Viene da domandarsi quale residua idea di sistema previdenziale sopravviva e se il radicare nella mentalità dei cittadini la dipendenza dall’assistenza livellante sia utile alla edificazione di una società più “intraprendente”. Nel lungo termine il ripetuto accanimento verso coloro che più hanno contribuito alle casse dell’Inps non può che scoraggiare anche e soprattutto chi dovrebbe contribuirvi in futuro e sembra invece un ottimo incentivo per coloro che confidino di potersi costruire una buona carriera lavorativa e una pensione proporzionale, ad andare a farlo all’estero. Brutte nubi sul futuro non solo della previdenza.