La spiegazione del malaffare endemico che alligna nella sanità lombarda non va imputata alla perversa efficienza del modello corruttivo ambrosiano, svelata già negli anni di Mani pulite e affinatasi nel corso del tempo. Non discende dalle qualità del marchingegno criminale approntato dal facilitatore Daccò, nel quale le corsie preferenziali per i rimborsi gonfiati di prestazioni ospedaliere private erano contropartita di vacanze all-inclusive e di altri cortesi omaggi ai vertici istituzionali regionali. E neppure dal fluido funzionamento del circuito messo in piedi dall’ex vicepresidente Mantovani, sostenuto dall’espansione continua delle cerchie di beneficiari in un reticolo di conflitti di interesse e favori incrociati che ne rinsaldava nel contempo gratitudine e ricattabilità reciproca. Né tantomeno – per quel che è dato di sapere – dal profilo familistico-amorale dell’approccio alla Fabio Rizzi, ultima vittima illustre delle inchieste giudiziarie, a quanto pare improntato a una conversione sistematica in potere d’acquisto per alcuni funzionari, politici e loro congiunti del potere di selezionare e finanziare i fornitori di prestazioni odontoiatriche private negli ospedali pubblici.

lombardia_640

Quelle emerse grazie agli scandali degli ultimi mesi e anni sono soltanto declinazioni individuali, molto parziali e settoriali, di un modello di sanità “corrotto” fino alla radice. Non solo e non necessariamente in forme penalmente rilevanti – nessuna sorpresa se le condotte di alcuni protagonisti, oggi pubblicamente stigmatizzate, restassero impunite alla fine della giostra giudiziaria. Quella che emerge dalle cronache è infatti una pratica sistematica, consolidata nel tempo e sotto certi profili “spudorata”, di molteplici abusi di potere a fini privati – basti pensare all’intestazione di quote di società destinatarie di appalti milionari alle compagne dei decisori pubblici coinvolti, ovvero alle prestazioni “regalate” a politici da professionisti beneficiari di generosi contratti di consulenza. Condizioni di corruzione sostanziale, che si traducono in un saccheggio congiunto di risorse pubbliche, maturate non soltanto nei meandri di centri irresponsabili di potere pubblico, ma anche come frutto naturale dell’attuazione di un programma politico improntato a una privatizzazione, sia di fatto che di diritto, dell’erogazione di una quota cospicua e via via crescente dei servizi di assistenza sanitaria. Si tratta dell’applicazione di un modello di governo che nel discorso pubblico legittima le pratiche più criminogene rivestendole di una luccicante patina di retorica neoliberista: quale miglior argine contro sprechi e ruberie di un alleggerimento del peso della mano pubblica, sostituita dall’efficiente, trasparente, qualificata gestione degli operatori privati?

Purtroppo i soggetti privati –   pur sempre selezionati, foraggiati e mal controllati dalla mano pubblica, anche grazie all’intercessione di una pletora di faccendieri ed ex funzionari, meglio se in odore di mafia – si vanno rivelando non meno voraci dei buoni, vecchi politici corrotti di una volta. Sia chiaro: quello che si delinea è pur sempre un neoliberismo all’italiana, nel quale a incarnare le virtù soverchianti del mercato accorrono sgomitando figure che somigliano a una parodia di imprenditore. Si pensi alla manager tentacolare dell’ultimo scandalo, che in un’intervista dai toni surreali ricostruiva il suo ingresso trionfale quale monopolista di fatto nel settore dei servizi odontoiatrici regionali erogati da privati dentro le strutture pubbliche – può vantare un giro d’affari di quattrocento milioni di euro nell’ultimo decennio – come esito casuale di un misterioso “colpo di fortuna”, e poi si sa: “Da cosa è nata cosa”. Non pare contraddistinguerla un particolare talento innovativo, quanto piuttosto la capacità di leggere la complicata bussola dei giochi di potere che indirizzano le scelte pubbliche condizionandone gli esiti, così da ritagliarsi appalti su misura, anticipando le necessità (elettorali o finanziarie) dei propri interlocutori. Come rivela in un’intercettazione: “Quando le cose non vanno bene metto di mezzo la politica”.

Prima ancora degli scandali, si sono moltiplicati nel corso del tempo i segnali delle profonde distorsioni prodotte dalla simbiosi tra una classe imprenditoriale parassitaria a caccia di protezioni politico-burocratiche, una casta di alti dirigenti inamovibili e autoreferenziali, un ceto politico abile soprattutto – come osserva il pubblico ministero nel caso Rizzi – a “strumentalizzare le idee del partito che rappresentano, a intimidire facendo valere la loro posizione, chi appare recalcitrante alle loro pretese”. Si sono spalancate voragini nelle casse pubbliche – prima di essere arrestato, lo stesso Rizzi denunciava che “i favori agli amici degli amici” dell’ex governatore Formigoni hanno prodotto sprechi per 1,5-2 miliardi di euro, e 2-300 milioni di buco nascosto nelle pieghe dei bilanci regionali. Si moltiplica anche negli ospedali pubblici la presenza di imprenditori e operatori privati che colonizzano spazi e aree d’attività, mortificando e sottraendo competenze e capacità a quelli pubblici. Viene intenzionalmente lasciata deteriorare la qualità e sono incrementati tempi d’attesa e ticket necessari per gli equivalenti servizi di assistenza pubblica, così da renderli meno competitivi rispetto al monopolista privato che presidia le stesse strutture ospedaliere. Si moltiplicano commistioni e intrecci proprietari tra impresari privati che si spartiscono il lucroso mercato pubblico della salute e i prestanome degli amministratori pubblici. Le stesse prestazioni odontoiatriche dei fornitori privati vedono scadere progressivamente la loro qualità, visto che i controllori sono a libro paga e agli utenti mancano alternative praticabili, tanto che dovranno accontentarsi di quelle che un dirigente descrive come “corone fatte con il culo”.

Ma la quadratura del cerchio si realizza quando uno dei protagonisti dell’ultima vicenda di corruzione si rivela essere promotore e “regista” della nuova legge di riforma del sistema sanitario lombardo, che ne ridisegna meccanismi di funzionamento, organizzazione dei servizi ed erogazione delle risorse. “Legalizzare la mafia sarà la regola del duemila”, profetizzava Francesco De Gregori qualche anno addietro.  Anche legalizzare la corruzione, si potrebbe aggiungere col senno di poi.