“Sono in estasi. Roma è come un balsamo dell’anima”. Eppure mentre la scrittrice Jhumpa Lahiri era a Princeton, dove insegna scrittura creativa, Roma è stata travolta dal caso Marino e da Mafia Capitale e nonostante la felicità non nasconde un certo stupore perché adesso “la città è vuota e degradata”. La sua scrivania in America è piena di dizionari italiani e ogni giorno lenisce la nostalgia leggendo i nostri classici. Ultimi in ordine di scoperta Luigi Malerba e Carlo Cassola, comprati in una bancarella a Napoli. Dopo il successo ottenuto con il libro d’esordio L’interprete dei malanni (Guanda, 2000) ottenendo il Premio Pulitzer e L’omonimo (Guanda editore, 2006) da cui Mira Nair ha tratto il film Il destino nel nome – la scrittrice Jhumpa Lahiri, recentemente premiata dal presidente Barack Obama con la National Medals of Arts and Humanities, ha raccontato In altre parole (edito lo scorso anno per Guanda e appena uscito negli States per Knopf) la sua storia d’amore con l’italiano. Difatti, sin dal suo primo viaggio a Firenze compiuto vent’anni fa, è innamorata del Belpaese, “nonostante tutti i suoi difetti”.

Gli italiani sono celebri per la loro esterofilia ma lei, al contrario, si è innamorata dell’Italia.
Qui mi sento a casa. I tre anni trascorsi a Roma sono stati un vero punto di svolta nella mia vita, sia dal punto di vista professionale che personale. Abbracciare una nuova lingua, una nuova cultura, somiglia alla scoperta di un nuovo mondo.

Cosa ama dell’Italia?
Questo paese mi rende felice, carica. Appena rientrata è sparito lo sconforto che ho sentito per quattro mesi in America dove continuo a sentirmi sola e spaesata. So che New York è una città unica ma solo a Roma, con la sua gente, dal barista all’edicolante, sento questa forza spirituale nonostante tutti i difetti.

Mentre lei era via è successo di tutto a Roma: si è dimesso il sindaco ed è esplosa Mafia Capitale…
Trovo Roma ancor più degradata, fa un certo effetto. Mi mette molta tristezza addosso il fatto che oggi la città sia quasi vuota e parecchio sporca.

Roma le sembra peggiorata da tre anni fa ad oggi?
Assolutamente.

Tempo fa disse che i romani sono spesso ostili verso gli stranieri che vivono in città.
Sono molto sensibile verso questi atteggiamenti. C’è una frustrazione generale, i romani si sono stufati e sembrano voler andare via da questa città. Io qui vivo da privilegiata, posso godermi la città e non devo cercare lavoro ma comprendo quanto possa essere doloroso convivere con questa insoddisfazione.

Scrive che l’italiano le sfuggirà sempre. Ci sarà sempre una distanza con la lingua, come un amore non corrisposto?
Credo proprio di sì. Ho da poco scritto un racconto che avevo lasciato in sospeso per tutto il tempo trascorso in America. Ma dopo averlo terminato, l’ho mandato ad una mia amica scrittrice sperando possa leggerlo anche per me, colmando in un certo senso questa distanza fra me e l’italiano. Se la scrittura è isolamento, scrivere in italiano, al contrario, mi costringe ad un confronto continuo con le parole.

Interessante il fatto che decidendo di scrivere in italiano, lei abbia dovuto semplificare la sua prosa, giocando per sottrazione.
Non è così strano. Pensiamo ad Ágota Kristóf che scelse di scrivere in francese, un salto linguistico che le permise di eliminare tutto il superfluo. L’italiano mi aiuta a scegliere solo le parole necessarie per raccontare qualcosa. Ci sono davvero troppe parole in giro.

A proposito di parole futili, in Italia le capita di guardare tv o trasmissioni politiche?
La tv mi lascia insoddisfatta, mi sento vuota dopo averla guardata, come se avessi mangiato qualche schifezza. Meglio un libro o una cena fra amici.

In altre parole è appena uscito negli States ma non è stata lei a tradurlo.
È molto importante che sia così, la traduzione doveva rendere lo sforzo notevole compiuto per scrivere in italiano. Se l’avessi tradotto io stessa sarebbe stata troppo forte la tentazione di migliorare il mio testo e sarebbe stato un grande errore. Una volta che hai finito di scrivere un libro non dovresti rileggerlo mai più perché un testo non può mai dirsi davvero finito.

Da poco il presidente Obama l’ha premiata con la National Medals of Arts and Humanities. Sente l’affetto dei lettori oltreoceano?
So che c’è tanta curiosità per il libro appena tradotto. Persino Obama mi ha chiesto di farglielo avere.

È appena rientrata negli USA per insegnare a Princeton.
È stato un gran dolore andare via ma mi impegnerò per non sentirmi isolata. E appena possibile tornerò in Italia.

Di Francesco Musolino