Care amiche e cari amici, infin ci si rivede. Vi siamo mancati, lo sappiamo, e il sentimento è reciproco. Siamo spariti così, senza una spiegazione o un arrivederci, come gente offesa. Ma no, non è andata così, abbiamo mollato un attimo il colpo per un poco di stanchezza mista ad appagamento, perché l’esperienza fatta su queste colonne era giunta a quel punto in cui ci si dovrebbe domandare su che direzione proseguire. Abbiamo staccato la penna dal foglio e l’abbiamo riposta con delicatezza, ripromettendoci di raccoglierla quando ce ne fosse venuto il desiderio. L’importante era tanto evitare che questo spazio diventasse routine quanto scansare la rincorsa obbligata di uno spunto. Adesso siamo tornati.

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Bene. Vi sarà balzato all’occhio che queste prime righe si snodano al plurale, per nulla maiestatico, bensì modesto e funzionale. Se avete già sbirciato la nuova istantanea che correda la presentazione, avrete notato che dove prima faceva mostra di sé un solo volto, piuttosto segnato da una vita spesa a maggior gloria del Sociale, ora di facce ne spiccano due, una sempre appartenente al tizio emaciato e l’altra – esteticamente invero più apprezzabile – ritraente le fattezze di chi già c’era pure prima ma che, come dire, mandava avanti l’altro a prender gli schiaffoni.

Ci era stata chiesta una faccia e noi una faccia avevamo messo. Poi però c’è sembrato più corretto far sì che ogni Cesare prendesse ciò che era di ciascun Cesare e abbiamo provato a dirvelo, che quel che leggevate era frutto di un lavoro collettivo, il prodotto di menti divertite che trovano elettrizzante lo sforzo d’individuare il punto preciso in cui pensieri e stili diversi convergono all’improvviso, generando un momento di felice creatività, di giusta critica, d’indignata denuncia o di costruttiva proposta, fate voi. Sì, ve l’avevamo detto. Ma oggi lo ripetiamo.

La scrittura è arte complicata e punta tutte le sue fiches sull’azzardo di stimolare l’immaginazione di chi legge. Se non ci riesce, si ritrova in braghe di tela, povera e scornata. Coi tempi che corrono, poi, avere un’opinione e il coraggio di esporla ed essere disposti a fronteggiare le conseguenze di tale esposizione è solo il primo tempo della partita, quello più razionale e strategico. Il secondo si gioca tutto in contropiede, per spiazzare e allo stesso tempo adescare il lettore, dando colore e profumo alle parole, perché altrimenti voi ve ne andate. Ci si concede un solo istante per decidere se indugiare su una pagina o scorrere via verso una tra le milioni di altre che affollano la rete. Insomma, ci tocca fare la ruota, come i pavoni, per tenervi con noi. Abbiamo cinque dei vostri minuti e quattromila caratteri da spendere. Essere creativi è a dir poco necessario.

Ma è l’essere creativi in gruppo che ci piace, perché è vero che la scrittura è un processo per sua natura prevalentemente individuale, però è anche vero che in un gruppo che sintetizza storie personali diverse e bagagli valoriali affini, si può giungere ad un’efficacia fatta di divertimento e di profondità. Per non farci mancare nulla non disdegniamo la massima che dice “più siamo e meglio stiamo”: accogliamo i contributi di altri soci e amici della Comin, per ampliare la gamma degli argomenti, delle competenze e delle suggestioni. Lo abbiamo già fatto e lo rifaremo. Ci piace.

Ci piace il plurale, s’è detto. Allora scegliamo il tema, diamo spazio all’urgenza di chi tra noi più lo sente tale, stabiliamo le coordinate del punto da raggiungere e, al pari del critico culinario di Ratatouille, chiediamo a chi cuocerà il piatto di provare a stupirci, dandoci un poco di prospettiva. Poi assaggiamo per decidere se aggiungere o togliere, salare o pepare o lasciare tutto com’è perché magari, come su un set cinematografico, è risultata buona la prima. Insomma, alle volte la ruota del pavone riesce. Ma è aria fritta, senza il pavone che la comanda e la sostiene. E allora, a titolo di completezza, rimane da aggiungere che, nella suddetta fotografia, di volti potrebbero comparirne un altro paio, quelli di altri due artigiani della scrittura collettiva che spesso si ritrovano a fare quella parte di ago e di filo che impedisce di sfaldarsi ai pensieri e alle intenzioni. Si è però scelto di mostrarvi solo l’aspetto del più bello e del più brutto della comitiva, lasciando alla vostra fantasia lo sfizio di graduare la collocazione degli altri due, come su una sorta di scala evolutiva. Tre su quattro non saranno mai d’accordo, con queste parole. Ma uno sì. E si sa, la minoranza ha così spesso ragione