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Gli economisti non ce la contano giusta, ma hanno le loro ragioni. Come la gran parte degli intellettuali, sono convinti che la realtà descritta scientificamente abbia molte facce, anche contraddittorie: e per il momento preferiscono raccontarcene una sola. Alberto Bagnai, che gli è stato collega più giovane a Roma, descrive e documenta le differenze tra il pensiero del Padoan studioso e docente e quello del Padoan, attuale ministro del governo Renzi. Ma i casi di schizofrenia scientifica sono infiniti. In realtà, nulla negli ambienti scientifici è più inconfessabile della verità, non so se perché spesso “banale”, ma di sicuro perché è più pratico ricorrere a qualche “menzogna brillante”. Keynes negli anni ’40 confessava ad Hayek che avrebbe potuto cambiare radicalmente il suo punto di vista dalla mattina alla sera su molte questioni senza difficoltà. Schumpeter fu tra i fondatori dell’econometria, ma se ne guardò bene dal fare uso dei modelli matematici, professò negli scritti il ruolo dell’imprenditore e del mercato concorrenziale, salvo in cuor suo sostenere con forza i principi del corporativismo cattolico alla Quadragesimo Anno. Mario Draghi per parte sua, sostiene di essere allievo di Federico Caffè, ma questo non gli ha impedito di lavorare per Goldman Sachs e di attuare poi una politica monetaria e finanziaria orientata a cancellare piccole banche e piccole imprese, cioè non certo a favore dei deboli e degli indifesi. Il problema non sono le idee, ma le aspettative (degli economisti) per una retribuzione delle stesse idee, il desiderio di essere consulenti ben pagati, piuttosto che scienziati poveri ma belli.

Ma non è solo questione di conflitti di interesse. Nel film Inside Job di Charles Ferguson si racconta di Glenn Hubbard, preside della Columbia Business School e consigliere di Bush; di Laura Tyson, docente a Berkeley e consigliere di Clinton; di Fredric Mishkin, professore anch’egli alla Columbia e di molti altri economisti accademici che a pagamento scrivevano cose a supporto degli interessi delle grandi banche d’affari internazionali, poi rivelatesi false. Il problema è anche l’uso della “scienza” per sostenere interessi economici circoscritti e ben individuabili. Non solo il conflitto casuale, ma anche quello fortemente voluto. Questo avviene anche in Italia, ovviamente.

Gli Atenei, in genere, hanno rigidissime regole per punire il plagio intellettuale da parte degli studenti, ma sono un po’ più liberali per quello che riguarda i docenti, i quali pure campano con quel che scrivono. Anche da noi, gran parte degli economisti ambiscono a divenire consiglieri del principe di turno, per questioni di potere o di vantaggio economico, ma spesso in questa veste sono obbligati a contraddire quanto hanno scritto o detto negli anni precedenti. Pareri illuminati servono a omettere o ad abbellire situazioni indicibili, come nel caso – uno per tutti – della perizia bocconiana ai bilanci Parmalat. La ricerca e l’autorevolezza in campo economico-aziendale sono ora meglio retribuite, ma hanno finito per perdere completamente il loro significato e il loro valore.

Negli Stati Uniti hanno cercato di risolvere (con calma!) il problema attraverso le cosiddette “disclosure” volontarie, dichiarazioni preventive di eventuali conflitti di interessi, che di fatto non risolvono nemmeno un poco il rischio, ma servono a tutelare in qualche modo le istituzioni accademiche, con un velo formale, che più che aumentare la trasparenza, autorizza di fatto i pastrocchi retribuiti, sulla base del principio “io l’avevo detto che ti stavo fregando”. Da noi si sa che i conflitti di interesse è meglio non toccarli, quindi nulla è stato fatto e non mi risulta che qualcosa si stia facendo. Ma forse è meglio così perché abbiamo una troppo lunga e consolidata tradizione di sanzioni buone solo per essere applicate ai piccoli privi di amici.

Personalmente però mi vien da ridere. Viviamo in un mondo presunto iper-tecnologico, tutto razionalità e utilitarismo. Poi quando è l’ora, non c’è caso in cui il più retrivo dei criteri irrazionali diventi determinante e perfino la scienza finisca per fondarsi pressoché esclusivamente su valutazioni talmente soggettive ed opinabili che, al confronto, la teoria cartesiana della ghiandola pineale quale sede dell’anima diventa un fatto evidente. Omnia vanitas, vanitas vanitatum.