Da una parte le dichiarazioni di intenti e gli appelli alla calma, dall’altra il lavorio sotterraneo e frenetico nelle stanze dei palazzi del potere, sia a Bruxelles che a Londra. Così, mentre l’ultima esternazione pubblica del principe William a favore della permanenza del Regno Unito nell’Unione europea va a braccetto con i sondaggi che danno in maggioranza i sudditi di sua maestà contrari alla Brexit, quanto sta succedendo nei Tory e soprattutto il fronte opposto fra Londra e Bruxelles danno molto più da pensare e consentono assai meno fiducia nel futuro. Perché sì, questo giovedì Cameron potrebbe anche arrivare a un accordo con l’Unione – il cosiddetto “rinegoziato” – per ridefinire le condizioni di appartenenza del Regno Unito al recinto comunitario. Ma non è detto che poi questo accordo venga ratificato dal Parlamento europeo, in un possibile caos futuro che potrebbe rendere tutto l’attuale dibattito assolutamente inutile.

Di certo e sicuro, fra Londra e Bruxelles, c’è ancora poco e non si sa ancora nemmeno se l’Unione europea sia veramente decisa ad accettare il punto cardine delle richieste di Cameron, quello che porterebbe a limitare il welfare agli immigrati europei in Gran Bretagna per almeno i primi quattro anni di residenza, un chiaro tentativo dei Tory al governo di scoraggiare i flussi migratori al di qua della Manica. Però intanto nella mattinata di martedì 16 febbraio il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, ha detto chiaramente che “l’accordo non potrà essere vincolante prima del referendum sulla Brexit”. E in ogni caso l’Aula di Strasburgo ha il potere di bloccare gli accordi che tradurrebbero l’intesa in realtà. Come a dire: voi fate pure il vostro accordo con il Consiglio europeo e con la Commissione, ma tanto per noi è quasi carta straccia. Una dichiarazione, quella di Schulz, che ha mandato nel panico lo stesso Cameron, che solo il giorno prima la stampa britannica dava desideroso di indire il referendum, da tenersi già nell’estate di quest’anno, nella giornata di venerdì 19 febbraio.

Il fronte degli euroscettici britannici, intanto, è sempre più chiassoso e vede sempre più uniti i conservatori del partito di Cameron (quelli contrari all’europeismo del loro leader e della maggior parte dei suoi ministri) e gli uomini dell’Ukip di Nigel Farage, che nel 2014 vinse le elezioni europee nel Regno Unito proprio facendo leva sul risentimento nei confronti dell’Europa. Il Regno Unito, è noto, ha sempre guardato con sufficienza alle cose europee e i recenti sondaggi hanno mostrato come il dibattito così ‘sparato’ sui media non stia facendo altro che far aumentare la fronda di chi vorrebbe staccarsi dal resto del continente.

L’ultima rilevazione di ComRes per il canale televisivo privato ITV è del resto stata impietosa: è vero, il 49% dei britannici vorrebbe ancora restare nell’Ue contro un 41% che voterebbe la Brexit anche domani, ma solo pochi mesi fa secondo altri sondaggi gli ‘europeisti’ erano oltre il 60% e gli euroscettici più convinti attorno al 30%. La forbice si assottiglia sempre più e il rischio è che al referendum veramente tutto si giochi sulla lama di un rasoio e ad alto rischio di cardiopalmo.

Intanto, però, a dare manforte a chi non ne vuole sapere di uscire dall’Ue è intervenuto anche il principe William, figlio di Carlo, nipote della regina Elisabetta II, marito di Kate Middleton e soprattutto secondo in linea di successione al trono, quindi con grande credito nella politica e nel dibattito del Regno Unito. Parlando, nella mattinata del 16 febbraio, a un incontro pubblico al ministero degli Esteri, William è stato chiaro e ha declamato l’importanza dell’avere “alleati e partner” e la necessità di stare “uniti” in tempi di “turbolenza”.

Che la casa reale intervenga quasi a gamba tesa nei grandi temi di dibattito non è cosa poi così scontata nel Regno Unito e prima di William solo la regina aveva osato, nel 2014 in vista del referendum di Edimburgo, suggerire che la Scozia non dovesse diventare indipendente per il bene del suo regno. Ma ora che anche William ha espresso la sua posizione e soprattutto dopo che le imprese del Regno Unito e in primis la Cbi, la Confindustria britannica, si sono dette contrarie alla Brexit, un eventuale voto a favore dell’uscita dall’Unione europea al referendum prossimo venturo sarebbe veramente un grande pasticcio. Difficile da risolvere e ancora molto più pesante da digerire, per molti anni a venire.