Dopo la pubblicazione del post precedente mi sono reso conto che l’analisi, vista la complessità del tema, merita di essere estesa anche agli altri settori economici e approfondita. Il problema, come evidenziato bene da alcuni lettori, riguarda il concetto di “valore” dei prodotti commerciali, non tanto per capire come si forma, bensì per correlarlo all’efficacia nella ridistribuzione della ricchezza spesa per comperarli. Se “smontiamo” virtualmente un prodotto tre sono gli elementi (non necessariamente tutti presenti) che troveremo: materia prima; lavoro per la produzione; remunerazione del capitale (investimenti in ricerca e sviluppo, progettazione, brevetti, valore del marchio ecc..).

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I due ultimi termini vengono accomunati in quello che è definito Valore Aggiunto. Dei tre elementi due sono abbastanza oggettivi: la materia prima e il lavoro, per questo a mio modo di vedere dovrebbero essere meglio definite “ricchezze”, il terzo invece, dovuto al capitale, è convenzionale, dipende dalla tipologia di bene, dall’utilità, dalla moda ed è giusto chiamarlo valore. Non è possibile in poche battute approfondire ma, per farci capire: un lingotto d’oro, una tonnellata d’acciaio o un’ora di lavoro possiedono ricchezza intrinseca, anche se ampiamente variabile, una banconota o un algoritmo software possiedono valore.

Affermando che: “C’è sempre meno ricchezza nel prodotto e maggiore produttività non proporzionalmente remunerata nell’industria”, intendo dire che la materia prima e il lavoro, i primi due elementi oggettivi, stanno soccombendo alla remunerazione del capitale. La “ricchezza materia” e la “ricchezza lavoro” non si possono confrontare direttamente con quelle di prodotti diversi ma, in maniera differenziale, solo con quelle del bene che aveva lo stesso valore d’uso precedentemente. Alle elementari ci insegnavano che non si possono sommare mele con pere, quindi neanche un cappotto di cashmere con una stufa di ghisa, ma il mobile della nonna e quello dell’Ikea sì!

In quest’ottica un servizio di pulizia gestito artigianalmente contiene: nessuna ricchezza materia, molta ricchezza lavoro, poco valore di remunerazione del capitale (le attrezzature per la pulizia). Un abbonamento alla tv a pagamento contiene: poca ricchezza materia (il decoder), poca ricchezza lavoro, molta remunerazione del capitale. La scarsa ricchezza lavoro è relativa al fatto che il servizio può essere erogato a milioni di utenti grazie a poco personale, il capitale invece serve per le infrastrutture tecniche, i fornitori di contenuti, i contratti di esclusiva ecc.. Molto simile è il software, una copia contiene: nessuna ricchezza materia (il file che scarichiamo per l’installazione è immateriale), poca ricchezza lavoro (il servizio di distribuzione ed assistenza tecnica), molta remunerazione del capitale (Windows 10 o gli algoritmi di Google valgono migliaia di anni uomo di sviluppo). Un prodotto d’alta moda dovrebbe contenere: molta ricchezza materia (qualità superiore), molta ricchezza lavoro (lavorazioni di tipo artigianale), molta remunerazione del capitale (il valore del marchio, il marketing, il design ecc..), non sempre è così per le prime due voci.

I prodotti industriali del secolo scorso contenevano in un giusto mix: buona ricchezza materia, buona ricchezza lavoro, buona remunerazione del capitale.  C’è un indicatore, grossolano ma significativo, che divide le aziende in due macro categorie: le Capital Intensive e le Labour Intensive, non penso servano traduzioni.
Risulta evidente come vadano inseriti i prodotti che abbiamo appena analizzato in una di queste due categorie. E’ altrettanto evidente perché i 400 euro anno spesi per la tv a pagamento non producono lo stesso effetto ridistributivo dell’acquisto di un frigorifero o di un prodotto artigianale dello stesso valore, o perché un videoregistratore, che pesava 4 chili e aveva minore funzionalità (valore d’uso), ridistribuiva più ricchezza di qualche millimetro quadrato di silicio dentro il processore dello smartphone.

Prima degli anni ‘70/’80 del secolo scorso quasi tutte le aziende erano Labour Intensive, comunque la gente spendesse il proprio denaro, buona parte ritornava alla società sotto forma di benessere. Con l’informatica sono nati sempre più prodotti e servizi Capital Intensive che, grazie al loro accattivante valore di utilità, hanno drenato la ricchezza verso il capitale togliendola al lavoro e alla materia (anche il settore primario infatti non gode di buona salute).

Adesso che anche la piccola e media industria sta diventando Capital Intensive, abbiamo oltrepassato il punto di non ritorno: la ricchezza sparisce dalla società civile e si accumula remunerando i capitali. Se nel settore primario molti da tempo chiedono di “Tornare alla terra”, per il secondario l’appello potrebbe essere: “Non smettiamo di maneggiare materia”! Che crea benessere infatti non è tanto la quantità del pil ma anche e soprattutto la qualità. Non per questo bisogna evitare di investire in innovazione e ricerca, anche e specialmente di base. Quest’ultima è ricchezza pura, ridistribuzione totale indipendentemente dalle ricadute tecnologiche: gli scienziati raramente diventano miliardari! 

Il prossimo post riguarderà le possibili azioni correttive partendo dall’analisi fatta, due di queste però le voglio intanto accennare.
La prima: è chiaro perché è saltato il meccanismo della domanda e dell’offerta, tutte le attività Capital Intensive all’aumentare della domanda calano il prezzo, non lo aumentano! La domanda di un milione di nuovi abbonamenti viene soddisfatta in tempo reale dalla tv a pagamento. Questo sta avvenendo anche per l’industria dove l’economia di scala, dovuta ai volumi, fa scendere il prezzo all’aumentare della domanda.

L’inflazione quindi non è più indicatore di sviluppo, la prima delle cose da fare è: cambiare il mandato della Bce, che non deve più sostenere l’inflazione ma l’occupazione, vedremo come potrebbe farlo. La seconda: abbiamo visto che il valore di un bene o servizio è composto da ricchezza materia, ricchezza lavoro e valore di remunerazione del capitale, le ultime due voci sono chiamate valore aggiunto, ma sono le prime due che ridistribuiscono maggiormente ricchezza.

Iva significa Imposta sul valore aggiunto anche se per il consumatore in realtà incide sul totale del valore del bene. Nell’economia 4.0 l’Iva, a gettito invariato, dovrebbe incidere in maniera diversa sulle tre voci: poco sulla materia, zero sul lavoro per la produzione, in maniera più sostenuta sulla quota di remunerazione del capitale. Questo per settori omogenei naturalmente, per singolo bene sarebbe improponibile. Sono tre parametri oggettivi, non arbitrari, facilmente calcolabili in quanto compaiono nel bilancio di ogni azienda. L’effetto sarebbe di dare un’aliquota di vantaggio ai prodotti che ridistribuiscono di più e richiedere al capitale un “contributo” quando questa ridistribuzione fosse insufficiente.