startup675

Il mondo delle start up si domanda quando ci sarà il crollo. Non è una notizia nuova che ci sono in giro troppi unicorni in Silicon Valley. Le ultime quotazioni di borsa di Twitter e Linkedin, passati i primi giorni di euforia, hanno lasciato sul campo molti investitori delusi da una discutibile performance delle azioni.

In attesa del crollo tuttavia vale la pena considerare il mondo delle start up dal punto di vista delle opportunità lavorative. Il grande vantaggio di lavorare in una start up risiede proprio nel suo carattere innovativo. Non mi riferisco solo all’innovazione del prodotto o servizio che stanno lanciando ma allo stato mentale, come dicono gli inglesi, al mood dell’intera start up.

Lavorare in una startup significa essere a contatto con persone dinamiche, appassionate del loro lavoro fino allo strenuo, che passano notti a programmare codici o a pianificare nuove strategie per catturare futuri clienti. Il mondo delle start up tuttavia ha luci e ombre che spesso, specialmente sul fronte lavorativo, non sono sempre conosciute. Lavorare in una startup, dal punto di vista Roi (ritorno d’investimenti) è concettualmente semplice. Si può essere pagati in denaro, oppure una formula ibrida di denaro ed equity (in pratica una percentuale della azienda).

Il concetto di “work for equity” è un aspetto innovativo introdotto da poco in Italia e permette alle start up italiane di compensare con una percentuale della startup i nuovi collaboratori impiegati. Su questo concetto tuttavia esiste un grande divario tra il modo di lavorare anglo-americano e quello italiano. Il concetto americano d’impresa ha una base culturale nella storia pioneristica americana dell’esplorare e conquistare. Una visione che ben si allinea con il concetto di “fallire in fretta” che è un mantra nella Silicon Valley. In America fallire è relativamente semplice, e nell’economia sociale delle startup significa che ti sei dato da fare, hai fatto errori (o li ha fatti la startup dove lavoravi), ora impari dagli errori e riparti. In Italia questo concetto non esiste: fallire è considerato uno stigma sociale, una lettera scarlatta che si porta fino alla fine dei giorni.

Il fronte contrattuale e lavorativo è egualmente peculiare. In America la classica offerta è composta da un mix di equity e stipendio. L’offerta non implica che la start up che vi assume avrà successo quindi una presenza di equity nel contratto è solo un incentivo a lavorare di più, a fronte di un futuro, possibile, successo.

Per quanto in Italia esista il work for equity sembra che poche startup lo valutino nei loro piani di remunerazione. Come dimostra una breve visita ad uno dei siti di annunci di lavoro per startup italiane. Il problema aumenta se consideriamo l’approccio individualistico dell’italiano (startupparo): la percezione che la sua idea sia unica, spesso associata ad un desiderio di restare in Italia, che lo porta a trascurare l’espansione internazionale, e una percezione del lavoro altrui come un dato di fatto più che un opportunità. Ne consegue che spesso le start up italiane non prevedono compensazioni anche in equity e, in differenti posizioni lavorative focalizzate verso le relazioni (marketing, pr, business development) la compensazione sia vista più in un’ottica di percentuale a successo (cliente o target) acquisito. Dato che lo sviluppo commerciale di una start up è proprio la linfa vitale della stessa, questa visione “creatore centrica” porta ad una crescita deforme con il rischio che molte start up italiane, passato il momento di hype e esauriti i finanziamenti ( nel caso migliore da incubatori nel caso più solito da parenti e amici) si sciolgano come neve al sole.

Il modello americano permette ad ogni dipendente di condividere rischi e opportunità, rendendo lo sforzo comune per tutti in vista di un, auspicabile, successo. Il modello italiano diversamente, imitando lo standard lavorativo di una pmi ha in sé un difetto congenito. Quale motivazione può spingere un dipendente (senza entrare nel merito che sia realmente assunto e con che formula di contratto o semplicemente a partita iva) di una start up italiana a sforzarsi e dare il massimo. L’aspetto commerciale diviene ancora più delicato. Per un dipendente in funzioni commerciale creare business significa utilizzare la sua rete di contatti. Un investimento su lungo periodo se consideriamo che questo dipendente (come può accadere in Usa) potrà beneficiare di una equity nella start up, in caso di successo.

Nel caso italiano invece esiste la, poco menzionata, abitudine di considerare il commerciale una sorta di mulo da lavoro. Con la percezione che una volta sia stato “spremuto” dei suoi contatti possa essere facilmente rimpiazzato. Il commerciale a sua volta, conscio di questo rischio, percepirà la sua posizione come transitoria, con il rischio che la sua attività in seno alla start up sia limitata a fare il possibile. Questo scenario commerciale dimostra quanto il modello americano sia superiore (nel modus operandi non certamente nell’abilità di creare start up di successo) rispetto a quello italiano.

@enricoverga