L’agente di polizia Yassin Mohamed Hatem Salah Eddine era stato condannato a 15 anni di carcere perché il 24 gennaio 2015 aveva ucciso l’attivista Shaimaa El-Sabbagh durante una manifestazione pacifica al Cairo. A distanza di un anno, però, quella decisione dei giudici è stata annullata dalla Corte di Cassazione egiziana, che ha ordinato un nuovo processo presso un altro tribunale. Una sentenza che fa discutere e crea ulteriori polemiche nei confronti del Paese africano, già al centro delle critiche internazionali per la vicenda dell’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso nella capitale il 25 gennaio e ritrovato cadavere (con evidenti segni di tortura sul corpo) il 3 febbraio scorso.

Esattamente 365 giorni prima si era consumata l’uccisione di Shaimaa El-Sabbagh. Quel giorno al Cairo erano in programma tutta una serie di manifestazioni. Data non casuale, visto che il 25 gennaio in Egitto si celebra l’anniversario della caduta del regime di Hosni Mubarak. In uno di questi cortei pacifici, la 32enne dirigente locale del Partito dell’alleanza popolare socialista fu colpita dai proiettili sparati dal poliziotto. Secondo l’Autorità di medicina legale, la donna è morta per proiettili di gomma sparati da otto metri di distanza che l’avevano raggiunta alla schiena, procurandole un’emorragia interna, lesioni cardiache e polmonari. I colpi erano stati esplosi per disperdere un piccolo corteo formatosi nel centro della città. Morì l’attivista, nacque l’icona della lotta alla repressione delle autorità egiziane. L’immagine della donna sanguinante fra le braccia di un uomo che la sorregge stringendola alla vita era divenuta virale sui media.

Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi aveva mostrato di aver preso a cuore il caso di Sabbagh: “E’ una figlia dell’Egitto e tutti i figli dell’Egitto sono miei figli” disse Sisi formulando le proprie “condoglianze alla sua famiglia e a tutti gli egiziani che soffrono per la sua morte”. La sua morte, però, aveva messo in evidenza che la draconiana legge egiziana che limita il diritto a manifestare non colpisce solo i Fratelli musulmani dichiarati terroristi ma di fatto anche altre formazioni legittime. Oggi, a distanza di un anno dal fatto e dalle parole di Al Sisi, la giustizia egiziana ha fatto il suo corso. E ha dato ragione al poliziotto, che dopo la condanna dello scorso giugno aveva presentato ricorso. Che ha vinto. Ora tocca a un nuovo tribunale giudicarlo.