Con quello che si prepara dal Nord Africa al Golfo Persico vale la pena di tornare a chiedersi perché, prima dell’assassinio di Giulio Regeni, i più importanti media italiani non si siano mai occupati della repressione scatenata dal regime egiziano in questi tre anni, né abbiano manifestato il minimo disagio per le dichiarazioni di stima e di amicizia rivolte da Renzi al generale al-Sisi.

Renzi Al Sisi 675

Soprattutto in tempi complicati come questi, un’informazione di qualità rappresenta un asset strategico: offre strumenti all’opinione pubblica e coordinate al dibattito politico; talvolta evita che governi e parlamenti commettano errori gravi. Al contrario, un Paese che non disponga di un giornalismo all’altezza degli eventi è più esposto a paure irrazionali, a sbandamenti, a malintesi pericolosi, tanto più se indotti da pensatoi esteri che perseguono progetti propri. Dunque perché quel silenzio, fragoroso se paragonato all’interesse e alla passione con le quali il giornalismo italiano seguì, per esempio, la repressione in Cile al tempo di Pinochet?

Questa domanda era in un mio pezzo sugli afflati di Renzi verso al-Sisi che il Fatto ha pubblicato il giorno successivo al ritrovamento del corpo di Regeni (la concomitanza non era intenzionale: la redazione aveva ricevuto l’articolo due settimane prima). Da allora l’unico politico che ha sentito la necessità di prendere le distanze dalle avventurose dichiarazioni del presidente del consiglio è stato Massimo D’Alema, cui va riconosciuto il merito di aver rotto il silenzio (prevengo i diffamatori: non conosco D’Alema né alcuno tra i suoi collaboratori).

Il giornalismo tace. Però alcuni opinionisti hanno risposto implicitamente proponendo giustificazioni di tre tipi. La prima giustificazione corre così: la violenza è nella cultura araba e nell’islam, cosa possiamo farci? Se al potere ci fossero i Fratelli musulmani o l’opposizione laica, si comporterebbero come al-Sisi. Ma nel tempo in cui hanno governato (malissimo) i Fratelli musulmani non hanno mai cercato la liquidazione fisica degli oppositori.

La seconda giustificazione è ideologica. Forse avremmo dovuto raccontare la repressione in Egitto, si ammette, ma abbiamo un’esimente: i Fratelli musulmani sono ‘i nostri nemici sanguinari’, dunque il nemico del nostro nemico (in questo caso al-Sisi) è il nostro amico. ‘Nostri nemici sanguinari’ è il fraseggio della destra israeliana. Ma Washington intratteneva buone relazioni con il governo dei Fratelli musulmani, che infatti conformarono la loro politica estera ai desideri degli americani. Di quel rapporto fa fede l’epistolario segreto tra la moglie del presidente Morsi e la più stretta collaboratrice della Clinton quando era Segretario di Stato, adesso citato dagli avversari di Obama per denunciare una fantomatica ‘infiltrazione’ dei Fratelli musulmani nell’amministrazione.

La terza giustificazione vuole che sarebbe sbagliato rimproverare al presidente del Consiglio le dichiarazioni pro-Sisi perché motivate da un desiderio legittimo, far avanzare lucrosi contratti. Ma anche la Gran Bretagna fa buoni affari in Egitto però la stampa di qualità non è reticente (neanche l’Economist e il Financial Times, i giornali della business community) e avrebbe sbranato Cameron se avesse pronunciato un decimo delle lodi rivolte ad al-Sisi dal presidente del consiglio. Il nostro sistema di informazione è differente.

Quali che siano i motivi della nostra diversità (provincialismo, una diversa relazione tra potere e giornalismo, l’esilità della cultura liberale) il risultato è che spesso il giornalismo italiano – di sinistra o di destra, moderato o smodato – mostra una tenace indifferenza alla realtà. Come dimostrano anche le giustificazioni di cui sopra, non legge, non studia, non si informa. Ha così scarso interesse nella verità che neppure si può dire che menta. Per mentire bisogna prima sapere come stanno le cose, sforzo inutile quando quello che si scrive o si dice in tv nasce da una convenienza – conformarsi al punto di vista di un potere, servire una consorteria, sfogare un rancore, puntellare una propria tesi pericolante, blandire un settore di pubblico…

Per usare le parole di Harry Frankfurt, un filosofo americano che attualizza una tesi della filosofia classica, questo giornalismo “non rifiuta l’autorità della verità, come fa il bugiardo, e non si oppone ad essa. Ma non le presta attenzione alcuna”. Secondo Frankfurt il suo prodotto, le stronzate, sono più pericolose delle menzogne. E preponderanti in un tempo difficile da decifrare come questo, essendo infatti “la produzione di stronzate stimolata ogni qualvolta gli obblighi o le opportunità di parlare d’un certo argomento eccedono le conoscenze che il parlante ha dei fatti rilevanti attorno a quell’argomento”.