I problemi che attanagliano il Paese e la richiesta di impeachment nei confronti della presidente Dilma Rousseff rendono più forte la nostalgia dei brasiliani per Luiz Inácio da Silva, Lula, alla guida del Paese dal 2003 al 2010 e disponibile a correre per le elezioni presidenziali del 2018 con il sostegno del Partito dei Lavoratori, maggioranza nel Paese da 13 anni. Ma alla guerrigliera divenuta tecnocrate non manca solamente il carisma dell’ex presidente: Roussef sconta anche un quadro economico internazionale sfavorevole, ben diverso da quello del primo decennio del 2000 caratterizzato dal boom dei prezzi delle commodity. Una condizione da cui all’epoca ha tratto beneficio tutta l’America Latina: il benessere ha favorito una relativa stabilità politica, permettendo in alcuni casi una riduzione della disuguaglianza sociale e la creazione di una classe media.

Ora invece il crollo delle materie prime, dal barile di petrolio a soia, grano e mais, mette a rischio la sopravvivenza della cosiddetta “pink tide”, l’onda rosa che ha attraversato, tra gli altri, Argentina, Bolivia, Brasile, Ecuador e Venezuela. Se Rafael Correa ed Evo Morales continuano a guidare saldamente i loro Paesi nonostante l’aumento delle tensioni sociali, gli appuntamenti elettorali dello scorso autunno in Argentina e in Venezuela si sono chiusi con le sconfitte dei partiti dei governi uscenti o in carica. Buenos Aires soffre attualmente di molti problemi: l’inflazione al 25%, il maggior deficit fiscale degli ultimi trent’anni, la necessità di dollari per pagare le importazioni e il livello di povertà giunto al 29%. E così alla Casa Rosada si è affermato Mauricio Macri, superando il candidato vicino all’uscente Cristina Kirchner, Daniel Scioli. Il neo presidente, che ha riportato l’Argentina al vertice di Davos, ha già tagliato le tasse, comprese quelle sulle esportazioni delle commodity, come promesso in campagna elettorale. È la prima volta in 12 anni che i conservatori riescono a ottenere la presidenza.

L’Argentina ha il maggior deficit degli ultimi 30 anni e il livello di povertà è al 29%

Erano invece ben 17 gli anni consecutivi del Partito Socialista Unito di Venezuela (Psuv) senza sconfitte elettorali: la prima è arrivata a dicembre e ha visto le opposizioni conquistare la maggioranza qualificata in Parlamento. All’inizio dell’anno il presidente Nicolas Maduro ha definito “catastrofica” la situazione del Paese, e ha dichiarato lo “stato di emergenza economica”, aprendo al dialogo con le opposizioni. Il decreto, respinto dalla Commissione speciale presieduta dal deputato ed economista José Guerra, vicino a Henrique Capriles, avrebbe lasciato all’esecutivo carta bianca per 60 giorni, prevedendo la possibilità di introdurre misure straordinarie. La Banca centrale, dopo oltre un anno, ha reso noti i primi dati ufficiali sull’andamento dell’economia, segnalando un Prodotto interno lordo, tra gennaio e settembre, negativo del 4,5% (ovvero 7,1% rispetto al settembre 2014) e un’inflazione, nello stesso periodo, in crescita del 108,7% (141% anno su anno). Il Fondo monetario internazionale si aspetta nel 2016 una crescita dei prezzi del 720 per cento.

Il Fondo monetario internazionale prevede in Venezuela una crescita dei prezzi del 720 per cento

Maduro accusa gli Stati Uniti, ma è a Washington che si stanno rivolgendo sempre di più i suoi partner latino americani. Cuba, che lo scorso anno è cresciuta del 4% e quest’anno stima un incremento del Pil “solo” del 2%, prosegue il dialogo con gli Stati Uniti, e vista anche la delicata situazione di Caracas gli analisti prevedono un’accelerazione del programma di riforme. Compresa Moody’s che ha promosso L’Avana da una valutazione “Caa2 stabile” a “Caa2 positiva”. Anche il Brasile guarda più da vicino gli Usa: lo scorso anno il presidente Rousseff ha incontrato Barack Obama a Washington, il mondo del business a New York gli uomini della Silicon Valley in California.

Beneficia del commercio con gli Usa anche il Messico, che in più lo scorso anno ha portato avanti programmi di riforme per ridurre la dipendenza della propria economia dal greggio e oggi si aspetta una crescita del Pil del 2,8 per cento. Ma al momento è tutto il Centroamerica a sorridere: Panama prevede una crescita del Pil del 6%, la Repubblica Dominicana del 5%, il Nicaragua del 4%, mentre per El Salvador, Costarica, Honduras e Guatemala le stime sono comprese tra il 2,5 e il 3,5 per cento.