Da Acireale a Sanremo. Nord-sud. Un nuovo blitz contro i furbetti del cartellino. La devianza della burocrazia, i dipendenti pubblici e la sbagliata allocazione delle risorse umane. Nodi difficili sciogliere. Sembra essere una battaglia contro i mulini a vento, perché sono un problema strutturale: il complicato controllo di una macchina amministrativa che spesso è legata all’erogazione anche di servizi alle persone oltre che di pratiche.

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E’ a partire dalla dicotomia fra azienda pubblica e azienda privata che si snoda il mio ragionamento. È quasi impossibile che un impiegato di una azienda privata timbri il cartellino (se c’è questo dispositivo di controllo) e poi non entri in ufficio. Mentre è possibile, purtroppo talvolta probabile, che un impiegato pubblico timbri e non entri in ufficio. La certezza della presenza del lavoratore sul posto di lavoro nel settore privato non è assicurata da regole più punitive di quelle del settore pubblico, ma dal fatto che la sua presenza è legata a precise funzioni sul  di lavoro. Mentre l’impresa privata soddisfa la domanda di beni il pubblico soddisfa la domanda di servizi. È il meccanismo della macchina produttiva nel quale è inserito il lavoratore  e non la severità delle regole a rendere necessaria la sua presenza in ufficio.

Ogni giorno, alla presenza sul posto di lavoro corrisponde una determinata prestazione spesso misurabile in tempo, qualità e anche quantità. Nella pubblica amministrazione è ormai riscontrato che l’impiegato si assenta anche sistematicamente dal posto di lavoro: cosa vuol dire? Le prestazioni non sono misurabili? Non è necessaria la presenza perchè la macchina amministrativa va avanti lo stesso? Se un’azienda privata dimensiona il proprio organico in base ai suoi volumi di produzione, il settore pubblico, al contrario, non determina un preciso rapporto tra quantità dei servizi erogati e quantità di mano d’opera o meglio “ore-uomo” impiegate, lasciandolo  alla discrezionalità burocratica che condiziona spesso la politica. Si forniscono servizi anche essenziali a tutti i costi (nel vero senso della parola).

Dunque mentre nel privato, è il sistema stesso di produzione (che sia di filiera, catena di montaggio o altro) che ha bisogno dell’addetto, nel settore pubblico l’addetto può anche non essere presente perché l’attività da svolgere è indefinibile, in alcune frange evidentemente nulla e in alcuni casi anche ripetitiva (avete presente il cartone animato di Asterix e il palazzo dei burocrati?). Al di là della gravità dell’assenteismo, ciò che viene dimostrato dal dipendente assenteista è che, se anche esso stesso fosse al lavoro, poco cambierebbe. Sarebbe dentro e non fuori a far niente.

Insomma se uno si può assentare senza che nessuno all’interno se ne accorga vuol dire che alcuni dipendenti pubblici hanno davvero poco o nulla da fare. Questo è il nocciolo della questione. Se ci fosse un salario legato oltre che alla mansione anche ai risultati sarebbe impossibile stare fuori ufficio e non timbrare il cartellino. Il Consiglio dei ministri con il giro di vite del decreto che sospende dal servizio e dallo stipendio in 48 ore, non risolve il grave problema che sta nell’impianto organizzativo della struttura burocratica. Per mantenere ampi margini di discrezionalità burocratica si è rinviata la spending review.

Un sistema malato – perché è questa la fotografia che ne emerge allo stato delle cose – produce lungaggini, errori (perché si parla anche di incompetenza in molti casi, a volte è unita solo a leggerezza) nelle pratiche amministrative da cui emerge una pessima qualità dei servizi offerti. Il risultato che ricade comunque sui bilanci delle pubblici– sono gli alti costi derivanti da organici non parametrati al volume effettivo di una determinata attività, quanto da pratiche clientelari. Un sistema italiano diffuso e pressoché impossibile da estirpare. Del resto le pratiche clientelari assicurano una vita tranquilla, ritmi blandi e poche responsabilità sul il lavoro.

Per sorridere amaramente basti pensare al film di Checco Zalone Quo Vado, al record di incassi, ma soprattutto a come esagerando (ma ne siamo sicuri?) parli di quello che è il mitico “posto fisso”. Ovviamente ci sono eccezioni che confermano la regola e molti addetti lasciati soli in balia delle pratiche e degli utenti arrabbiati agli sportelli e in alcuni casi noti alle cronache in cui i dipendenti pubblici vengono aggrediti e malmenati. E’ evidente che la deresponsabilizzazione dei dipendenti pubblici parte dall’alto: parte da quei manager, funzionari apicali che permettono un simile andazzo, talvolta avallati anche dalla politica. Ma anche dalla percezione che la cosa pubblica sia di nessuno. Un andazzo talmente generalizzato tanto da non destare alcuna preoccupazione né ai piani alti né a quelli bassi della pubblica amministrazione giustificato dalla banalità del “tanto così fan tutti”. E anche se timbreranno tutti il cartellino, i costi della macchina pubblica aumenteranno per la sua inefficienza strutturale, purtroppo.