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In Italia, c’è stata poca attenzione per l’iniziativa lanciata da Yanis Varoufakis a Berlino il 9 febbraio, “Democracy in Europe Movement 2025”, grande successo di pubblico, il Teatro Volkbuhne stracolmo, moltissimi contatti on-line: forse perché si è trattato di un evento troppo poco legato a logiche di schieramento facilmente individuabili in salsa nostrana e troppo “europeo”.
L’iniziativa ha come intento dichiarato quello di prendere atto del Titanic su scala continentale sul quale tutti siamo imbarcati e di cercare di lanciare un movimento o almeno uno spazio di dibattito trans-nazionale per cercare di “salvarci” entro il 2025, al grido di “democratizziamo l’Ue o si disintegrerà”.

All’evento, che Varoufakis ha gestito da star, c’era veramente di tutto, da intellettuali a cantanti, da artisti a rappresentanti di movimenti vari, ad esponenti politici (pochi) dei Verdi, della sinistra e “libertari” vari: non c’erano (per fortuna) i rappresentanti della sinistra nazionalista anti-Euro, che qualche mese fa avevano firmato con lui il “PianoB” per l’Europa, come Malenchon, LaFontaine e da noi Fassina.

Insomma, si riparla d’Europa come di un progetto politico di cui ci si può riappropriare, che si può ribaltare, e che, soprattutto, non può essere lasciato nelle mani di coloro i quali lo controllano oggi. E’ una specie di chiamata alle armi della politica e della partecipazione, vasta, plurale e per questo ancora indefinita nelle sue proposte e soprattutto nel suo piano di azione, a parte alcuni slogan e tempi peraltro completamente slegati da scadenze concrete: come ha detto Brian Eno nel suo intervento “i dettagli seguiranno”.

Ciò detto, è proprio su alcuni di questi dettagli che penso ci sia veramente da discutere, per partire sul piede giusto.
Pur avendo ricevuto un simpatico invito e suggerito qualche modifica al testo del Manifesto, che è stata anche ripresa, (per fortuna non si parla più di abolire l’Ue…), ho ritenuto di non potere sottoscrivere il testo né partecipare all’iniziativa di Berlino, per due sostanziali ragioni, tra loro collegate. Innanzitutto, non condivido l’idea che tutte le colpe dell’austerità stiano nelle istituzioni europee e in particolare nella “burocrazia senza faccia” di Bruxelles: questa mania di accusare i burocrati continua a sottovalutare il fatto che in realtà chi decide è la politica.

Bruxelles non è una zona “democracy free”. E’ una zona di maggioranze politiche e ideologie sballate che, combinate a procedure decisionali inefficienti e opache. producono il blocco sistematico di qualsiasi politica positiva da anni. La Commissione è fatta di politici, nominata da governi eletti e che riceve la fiducia da un parlamento eletto; l’Eurogruppo agisce in modo collettivamente poco trasparente e deve essere scardinato nel suo modo di funzionare, ma è composto di ministri di governi eletti. Perciò, invece che sparare su falsi nemici, bisogna sconfiggere l’ideologia dell’austerità uber alles con la forza di proposte convincenti e con la capacità di mobilitare molte, diverse persone. Insomma, fare politica e non gridare al complotto globale.

Certo, questa spinta al cambiamento non può venire solo dal Parlamento europeo, dai parlamenti nazionali o dai partiti europei, questi ultimi spesso gusci vuoti, come dimostra l’incapacità del Partito socialista di uscire dalla prigione della grande coalizione con il Ppe o la persistente indisponibilità del fronte conservatore di cacciare le sue componenti chiaramente fascistoidi, come la Fidesz di Orban. Quindi è indispensabile creare anche una spinta potente di “popolo”, europea e decentrata insieme, per riuscire a contrastare le forze nazionaliste e xenofobe che oggi sono capaci di orientare le scelte dei governi, anche senza vincere le elezioni: come sta succedendo intorno al tema delle migrazioni e alla devastante indifferenza verso i diritti delle persone, degli uomini e delle donne che stanno parcheggiate alle nostre frontiere.

Noi dobbiamo costruire un’Europa diversa, ma non lo potremo fare restando totalmente fuori dal gioco istituzionale e senza cercare di rompere i rapporti di forza attuali, illudendoci di poter agire nell’isolamento di chi pensa di avere ragione per fare “altro”. E non ci riusciremo neppure senza andare a cercare quei costruttori d’Europa che stanno ad aiutare nei campi profughi, che si mobilitano concretamente per uscire dalla dipendenza dai fossili e per un’altra economia, che disegnano le industrie e i lavori del futuro, che sono espressione dell’Europa dai mille volti che incontriamo ogni giorno nelle nostre strade. Dobbiamo essere in grado di contrapporre all’assenza di soluzioni e di fiducia della destra brutta che vediamo ovunque, proposte serie, persone visibili, risorse sufficienti e strumenti in grado di vincere e convincere – a partire dal tema delle migrazioni e della crisi economica – e alleanze inaspettate e aperte.

In secondo luogo, pur se si rifiuta la logica della ri-nazionalizzazione, non è chiaro se i promotori di Diem25 credono alla prospettiva di una democrazia sovranazionale funzionante. Chi decide nell’Europa di Diem25? Tornare al popolo (?) o al livello locale, invocando la “democrazia” non è sufficiente. Il “popolo” non decide in quanto tale. Cose orribili sono state fatte in nome del “popolo”. E, lo vediamo tutti i giorni, richiamarsi alla “democrazia” non è un antidoto contro politiche sbagliate.

Non mi convince mettere in una sorta di competizione il livello Ue (non democratico e burocratico, dominio dei lobbisti e ogni sorta di male) con il livello nazionale e regionale o locale (più puri e più vicini alle persone) . La mia opinione è che non è rafforzando l’illusione di riconquistare la sovranità nazionale (o locale) che supereremo il blocco di potere che domina a Bruxelles e nei vari paesi. I problemi della Grecia o in Italia ci sono, non a causa della burocrazia di Bruxelles, ma prima di tutto a causa di governi inefficienti e corrotti, tutti i “democraticamente” eletti e rieletti, tra l’altro.

Infine, ci sono due idee non nuove e ancora non molto precise nel Manifesto che, se realizzate, potrebbero davvero cambiare i giochi e il sistema di potere europeo e sulle quali vale la pena investire e riflettere; l’Assemblea costituente e le liste trans-nazionali. E’ importante che si ricominci la battaglia che abbiamo perso negli anni passati: a potere europeo, vere elezioni europee, con liste e candidati legati alle scelte politiche e non alla nazionalità, nella quale tutti si debba andare a cercare voti tenendo conto della cultura e dell’interesse dell’altro, senza poter imprecare contro i “tedeschi” o i “polacchi”, ma semmai contro le folli politiche dei loro governi.

In conclusione, se l’iniziativa di Varoufakis è sicuramente interessante, penso anche che non avremo fino al 2025 per salvare l’Europa dalla sua disintegrazione. Temo che dovremo agire molto più in fretta: e ci vorranno moltissimi uomini e donne di “buona volontà” e una “polifonia organizzata”.