Gli studenti ad aver fatto richiesta nel 2015 per la sola Facoltà di Medicina e Chirurgia sono 60.639 per soli circa 10000 posti messi al bando dal Miur; alcune delle motivazioni più frequentemente addotte per giustificare un così basso numero di posti rispetto alla richiesta di aspiranti medici sono rappresentate dalla mancanza di strutture e docenti. Tali giustificazioni risultano poco plausibili visto che sino a 15 anni fa le strutture ed i servizi erano garantiti ed anzi oggi sarebbero dovute aumentare visti i finanziamenti statali che ricevono periodicamente le università.

“Quando Citro s’immatricolò a Medicina a Torino, nel lontano 1975, era in compagnia di 1500 aspiranti colleghi. Oggi a Medicina lo stesso ateneo ne iscrive poco più di 300. Un quinto! Ora se consideriamo gli autorevoli dati CRUI, gli immatricolati di allora in Medicina in Italia erano 120.000-130.000!” (Cepus dei di Massimo Citro e Michele Bonetti)

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Il numero programmato a livello nazionale è stato introdotto per la prima volta il 2 agosto del 1999 con la legge 264 dell’allora ministro Zecchino, in risposta alla sentenza numero 383/98 della Corte Costituzionale, con la quale veniva chiesto di discutere le modalità di accesso al mondo universitario. L’allora ministro dell’Istruzione aveva giustificato l’introduzione del sistema di accesso a numero chiuso rifacendosi a due direttive della comunità europea, in particolare la direttiva 78/687/CEE, che riguardava la figura professionale dei dentisti e degli odontoiatri, e la direttiva 93/16/CEE, che invece era rivolta ai medici.

Entrambe le direttive si limitavano, tuttavia, a imporre agli Stati membri “un’armonizzazione dei corsi di studio di odontoiatria e di medicina”, a garanzia del principio della libera circolazione dei cittadini europei all’interno dell’Unione; in concreto si chiedeva ai Paesi Membri la realizzazione di un sistema di formazione che garantisse l’alta qualità dello studente. Il sistema del numero chiuso, dunque, è una declinazione tutta italiana che ha il solo scopo di ridurre i finanziamenti all’università e difendere gli interessi degli ordini professionali.

In tal senso è incredibile come tali direttive siano state, dapprima, interpretate dalla Corte Costituzionale e poi, ancora oggi, strumentalizzate, in modo opportunistico, dal Miur, e vengono solo sfruttate per limitare il diritto allo studio dei giovani italiani e garantire gli interessi lobbistici di pochi.

Originariamente la direttiva prevedeva una regolamentazione per le sole facoltà di medicina e odontoiatria. Il Miur ha, però, subito sfruttato questa occasione estendendo l’interpretazione della direttiva anche alla medicina veterinaria, alla facoltà di Architettura e di Scienze della Formazione, favorendo così l’inizio della chiusura dei corsi universitari.

L’introduzione del numero chiuso ha dato vita ad un vero e proprio business basato sulla creazione e lo sviluppo di numerose società private che hanno realizzato numerosi testi (Alphatest, Cepu), e corsi preparatori onerosi (Cepu, Scuole Private), che di fatto creano delle disparità tra studenti, poiché non tutti possono permettersi di pagare prezzi esorbitanti. Il sistema, dunque, non garantisce il dettato costituzionale per cui il diritto allo studio è inteso anche come diritto all’accesso. Non sono garantite a tutti le stesse possibilità a prescindere dalle condizioni socio economiche di partenza, infatti, chi potrà prepararsi ai test frequentando corsi ad hoc, sarà sicuramente avvantaggiato rispetto a chi non potrà permetterselo.

Il sistema del numero chiuso è dilagato a macchia d’olio. Gli studenti, ad oggi, non potendo intraprendere il percorso di studi prescelto ripiegano su altri corsi affini confidando in una preparazione più proficua per prepararsi al test della facoltà ambita; nel caso specifico di medicina gli “esclusi al test” ripiegano la loro scelta su facoltà quali biologia, biotecnologia e farmacia che vedendo un incremento del numero di iscritti si sono sentite autorizzate di introdurre anch’esse il numero chiuso.

L’abuso del sistema a numero chiuso ha comportato progressivamente un deterrente anche alle immatricolazioni. Il numero degli immatricolati è passato da 338.482 nel 2003-2004 a poco più di 280 mila nel 2011-2012 (Fonte Miur – Anagrafe Nazionale Studenti). Circa 58.000 unità in meno (il 17%); come se in un decennio fosse scomparso un Ateneo grande come la Statale di Milano, per riprendere una metafora mediaticamente molto efficace adottata dal Cun (Consiglio Universitario Nazionale).

È un calo che non si arresta. Nel 2012-2013 gli immatricolati sono scesi a 269.564 e nel 2013-2014 a 265.527. La flessione dal 2011-2012 al 2013-2014 è stata dunque pari al 5.2%, mentre nell’ultimo anno si arresta per il momento all’1,5% (Fonte Miur – Anagrafe Nazionale Studenti).

“A me sembra che dal punto di vista metodologico la cosa peggiore per l’Università sìa far leva soprattutto sulle nozioni e sulla paura dell’errore, sulla costrizione e sull’autorità artificiosa. Tale impostazione distrugge i sentimenti sani, la sincerità e la fiducia in se stessi degli alunni, producendo soggetti passivi” (Albert Einstein)

Cacciamo i Mercanti dal Tempio! Ma i nostri governanti pensano solo agli affari e ai loro personali vantaggi, ignorando che “una città, se tutta quanta è prospera, arreca ai privati più vantaggi che se fosse fortunata in ciascuno dei suoi cittadini, ma andasse in rovina nel suo complesso”.