Bernie Sanders, che straccia la super raccomandata e super finanziata Hillary Clinton, fa il paio con l’ascesa nel mercato politico di lingua inglese, sino ad ora riserva di caccia della controrivoluzione reaganiano-thatcheriano-blairiana, di un altro vecchietto terribile, quale Jeremy Corbyn. C’è un’indicazione sistemica che se ne può trarre? A mio avviso, è quella che ora l’onda dell’indignazione inizia ad abbattersi proprio sulle spiagge da cui era partito quarant’anni fa il maremoto contrario.

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Al di là di elucubrazioni troppo sofisticate, la rivolta contro quello che il rimpianto sociologo Pierre Bourdieu bollava come “clero di partito”. Ossia i proconsoli nel sistema politico del potere plutocratico-finanziario, che ha messo il cartellino del prezzo al mondo intero. Visto che i signori del denaro sfuggono alla vista del pubblico, si incomincia a prendersela con la manovalanza chiamata a fare il lavoro sporco delle politiche anti-sociali e delle devoluzioni a favore dei piani alti.

Hanno un bel tentare di arrestare il flusso indignato giocando con i nomi, provando a svilire il senso di quanto accade con l’epiteto ingiurioso di antipolitica, rinverdendo interi arsenali di luoghi comuni a scopo ingannevole: “le compatibilità impongono”, “salvando le banche si salva l’economia nazionale”, “se la torta è più grande ce n’è per tutti”, “la marea si alza e tutte le barche si alzano” e così via. Giochi di prestigio per giustificare il diffondersi della disuguaglianza, da cui anche la corporazione di partito è stata lautamente beneficiata. E la consapevolezza a livello planetario di questa verità, nonostante i sistematici tentativi di oscuramento, ha una data: 2011.

In Italia ci eravamo arrivati anche prima (girotondini, movimento viola, ecc.) ma poi c’è stata una battuta d’arresto. Il motivo per cui chi propugna la crescita a livello mondiale di un movimento di liberazione dal clero politico (ancora Bourdieu) non può prescindere dal confrontarsi con il Movimento 5 stelle. In concreto.

In questo blog taluno mi ha equiparato al concittadino Paolo Becchi, con cui mi incrocio, ma senza avere nulla da condividere (per inciso, chi ipotizza nostri incontri etilici prenda nota: io sono astemio). Ma mentre Becchi si dichiara deluso perché il M5s – secondo lui – avrebbe perso l’originaria tensione millenaristica (che tanto si confaceva al suo feticismo del bulbo pilifero…), io nutro l’aspettativa contraria. Appurato che l’area dell’indignazione che diventa forza costituente è presidiata dai ragazzi e dalle ragazze pentastellate, l’unica speranza nell’alternativa come processo politico globale è che questa militanza sviluppi sempre di più connotati da alternativa all’opaco regime di chi occupa le istituzioni a vantaggio delle centrali finanziarie. E per fare questo occorrono risorse ben maggiori di quelle fornite dal marketing politico: da categorie critiche ben temprate, per strategie che sconfiggano la contromossa di mettere in pista il Quisling locale a teorie della società che consentano di tratteggiare un quadro delle possibili aggregazioni (un tantinello meno condizionato da giudizi di valore di quello presentato a Luigi Di Majo da Roberto D’Alimonte, politologo della confindustriale LUISS, per di più proveniente da un’enclave renziana quale la scuola di Firenze).

Sarebbe terribile sprecare questa risorsa, mentre processi simmetrici prendono campo nel pianeta. Non tanto un marchio (per di più bruttino: sembra l’insegna di un locale della riviera romagnola), bensì un posizionamento e un personale umano. Entrambi preziosi per realizzare ciò che non si poté fare nell’Italia del dopoguerra, poi nei decenni successivi, sempre per l’inaggirabile dato geopolitico che uno dei confini della divisione del mondo in blocchi passava per Roma.

Il progetto di quella che MicroMega continua a chiamare “la sinistra illuminista”: contrapporre in maniera vincente un sistema di democrazia radicale alla normalizzazione democristiana. E – triste dirlo – siamo ancora lì.