Istruzioni per non morire in pace, testo di Paolo di Paolo (Edizioni di Storia e Letteratura), regia di Claudio Longhi, ha concluso il progetto Carissimi padri: almanacchi della Grande Pace che Emilia Romagna Teatro ha dedicato al centenario della prima guerra mondiale. Il progetto – 64 eventi di varia natura – ha coinvolto la città di Modena dal gennaio 2015. Istruzioni è andato in scena nel gennaio 2016 prima al teatro Storchi di Modena, poi al Bonci di Cesena. A fine novembre sarà a Firenze, dove peraltro, in uno schema ridotto, ritornerà l’intero progetto modenese (da fine febbraio).

Istruzioni è diviso in tre parti, “Patrimoni”, “Rivoluzioni”, “Teatro”, indipendenti ancorché collegate: le si può rappresentare in giornate diverse; l’intero trittico dura nove ore. Il filo conduttore è dato da una famiglia di imprenditori, i Gottardi, industriali dell’acciaio, coi loro figli: Lelo attore, Berto pittore squattrinato a Parigi, Tina impiegata alle poste, Maria suora. Altre figure ruotano attorno a costoro: vivono la loro esistenza quotidiana accarezzando un futuro migliore, inconsapevoli della tragedia che incombe. Dalla folla emergono nomi illustri, Freud, Kraus, Salgari, Kafka, d’Annunzio, Zweig, Giolitti, Mussolini, Giorgio V, Churchill. Tutti, borghesi e intellettuali, artisti e politici, prostitute e gente per bene, sono coinvolti in una miriade di storie e microstorie che s’incrociano e si confondono: ciascuno, a modo suo, accompagna il mondo verso l’abisso.

Si mescolano generi e stili: cabaret e melodramma, declamato e acrobazia, urlo dissacrante e bisbiglio sommesso. Gli attori corrono per il palcoscenico, entrano ed escono dalle quinte ma anche dalla platea, dai palchi, il volto coperto da maschere grottesche. La musica ha un ruolo costruttivo importante, dilata il senso del testo, sottolinea i ripiegamenti sentimentali e gli sberleffi clowneschi. Nella terza parte, “Teatro”, Mussolini conciona al suono dell’Aida, della sortita di Radamès “Se quel guerrier io fossi”: l’esito è spassoso e nel contempo mette i brividi. Sotto le parole di Hans Castorp una fisarmonica strimpella il primo Lied della Winterreise (“Viaggio d’inverno”) di Schubert. Invero nella Montagna magica di Thomas Mann il giovane Hans, incamminandosi verso la morte sui campi di battaglia, canterella il quinto Lied, Der Lindenbaum (“il Tiglio”): ma nello spettacolo di Di Paolo e Longhi il ricorso al primo Lied, con i passi scanditi del Wanderer (“Viandante”), ben simboleggia l’umanità in cammino verso una meta di morte. La canzone “Santa Lucia” è abbinata alla tragedia del transatlantico britannico Lusitania: stivato di armi, pare per ordine di Winston Churchill, fu affondato da un sommergibile tedesco, portandosi in fondo al mare tutti i passeggeri.

Nelle tre parti lo spettacolo evidenzia, a più riprese, il confronto fra i padri borghesi, che speculano sui proventi dell’industria bellica, e i figli che invece osteggiano questa visione del futuro. Nella realtà storica ciò fu in parte vero, ma nell’eccitamento collettivo molti “figli” furono invece attratti dall’idea del conflitto. E non certo per arricchirsi, ma in nome della patria, dei confini da conquistare, dell’Italia da completare. Dal profondo Sud tanti giovani partirono seguendo quest’ideale, inculcato loro da una potente macchina propagandistica: furono uccisi nel Nord, sulle montagne, in una terribile guerra di trincea. Con un colpo di genio, Longhi recupera in extremis, a fine spettacolo, questa dimensione popolare: e qui, di nuovo, la musica assume un ruolo decisivo. Il mesto canto degli alpini Ta pum ta pum risuona nel teatro, cantato in coro, dolcemente, dagli attori infine senza maschera, e dagli spettatori in sala. È un momento di commozione intensa. I personaggi, di cent’anni fa e di oggi, si uniscono nel compianto delle migliaia di vite sacrificate sull’altare del “progresso” e anche dell’“amor di Patria”. Tutti questi giovani massacrati meritano il nostro rispetto nel presente e nel futuro.

Come dice Pietro Valenti, direttore di Emilia Romagna Teatro, ancor oggi, in presenza delle “forti spinte disgregatrici” che squassano il tessuto sociale, il teatro è richiamato a svolgere la sua funzione originaria “di luogo entro cui una città si incontra, per riflettere, osservandole, intorno alle sue dinamiche”. E di tale riflessione la memoria è potente alimento.