C’è un interrogativo che circola spesso a proposito del festival di Sanremo, che sembra perfetto per i talk che lo anticipano o lo commentano, specie quando sono presenti dei giovani. L’interrogativo riguarda l’attualità del festival, la sua capacità di esprimere gusti, tendenze, vissuti del paese reale, insomma di essere quello specchio fedele del sentire popolare, che faceva sì che un intellettuale come Luchino Visconti non se ne perdesse un’edizione (almeno così vuole una celebre vulgata). Dunque è ancora questo il festival o è diventato un fenomeno marginale, residuale, buono solo per il pubblico anzianotto di Rai 1?

Dopo la prima serata la questione si fa ancor più problematica. Da un lato, infatti, a nessuno può essere sfuggito, anzi è stato ampiamente sottolineato, come si sia manifestato sul palcoscenico dell’Ariston il grande tema delle unioni civili in discussione in questi giorni al Senato. Tutto è avvenuto con discrezione, tra un accenno di Elton John, un accorato appello di Laura Pausini e un nastro arcobaleno tra le mani dei cantanti, in forma elegante, sobria, ben lontana dagli strepiti di chi ne aveva denunciato preventivamente il pericolo, ma non per questo meno significativa, anzi con un una certa intensità condivisa. Più attuale di così cosa si può volere?

Ma c’è un altro aspetto del festival che va nella direzione opposta, quella del passato, del ricordo, del come eravamo. I due momenti più emozionanti della prima serata non sono arrivati, infatti, né dalle canzoni in gara né dai superospiti stranieri e neppure dalle belle e brave coconduttrici, ma dalla copertina e dal duetto di Laura Pausini. La copertina ha rievocato in pochi minuti, attraverso le immagini dei vincitori, sessantacinque anni di festival: gli esordi degli anni Cinquanta, la svolta di Volare, i mitici sessanta di Tony Renis e Bobby Solo, gli sconosciuti e dimenticati tra il ’75 e l’85, la rinascita con Alice e le più recenti edizioni. Una magnifica storia del “costume di casa” capace di racchiudere in pochi minuti un mucchio di sensazioni, anche quelle più sgradevoli, come accade ogni volta che ci si imbatte nell’orrenda performance di Celentano-Mori del 1970. Il loro Chi non lavora non fa l’amore, inno antiscioperi in piena lotta dei metalmeccanici per il loro sacrosanto contratto fu – quella sì- un’entrataccia a gamba tesa sull’attualità più delicata del paese, assai più di quelle temute da Gasparri e compagnia da parte di Elton John. A proposito, ancora aspetto un segno di pentimento da parte del Celentano progressista per quella pessima trovata (e lo dico da fan del grande Adriano).

Ma torniamo a ieri e all’altro momento felice della serata, la sorpresa del duetto tra Laura Pausini in carne, ossa e voce e la sua immagine di ventitré anni fa al suo esordio sanremese: un esempio davvero originale di scrittura televisiva. Insomma, va bene l’attualità ma è innegabile che il festival dà il meglio quando pesca nel suo passato, quando si propone soprattutto come tradizione, quando celebra i suoi giorni più felici. Ieri sera ci si è messa pure Valeria Mazza che, con una certa insistenza, compariva nello spot di una crema di bellezza a ricordarci che, a dispetto dell’apparenza, non ha più vent’anni. E, in quei momenti, era difficile sfuggire al ricordo di quell’edizione di vent’anni fa, quando era all’Ariston a fare magnificamente la valletta bionda di Pippo Baudo con la bruna Ferilli, ma quella vera. Non c’è proprio niente da fare: “scurdammoce o passato” è una canzone che a Sanremo non vincerà mai.