L’ho sentita parlare la scorsa settimana a Geo &Geo, la trasmissione buonista del tardo pomeriggio su Rai 3, in cui si dà un colpo al cerchio ed uno alla botte dell’ambiente, condendo le discussioni con mielosi documentari naturalistici. Parlo di Ilaria Carla Anna Borletti dell’Acqua (scusatemi, non è colpa mia se ha tre nomi e due cognomi, e non un nome ed un cognome come tutti noi comuni mortali), sposata Buitoni: insomma, il connubio tra una macchina da cucire e la pasta. Sul sito del governo appare solo come Anna Borletti Buitoni. Già perché la signora è sottosegretario ai Beni delle Attività Culturali e del Turismo, in quota Lista Civica. Cioè, è la vice di Franceschini. Nel suo passato si annovera anche la carica di Presidente del Fai (Fondo Ambiente Italiano), l’associazione ambientalista che io definisco “degli straricchi”.

La signora Borletti non l’avevo mai vista né sentita prima. Vediamo le cose che ha detto.

Presentazione della 23ma edizione delle Giornate Fai di Primavera

La Sagramola l’ha intervistata sul consumo di suolo in Italia. Come tutti sanno e come la trasmissione non ha potuto nascondere, il consumo di suolo nella povera Italia è raccapricciante. Il Rapporto Ispra 2015 sul tema, dopo aver premesso che “l’impermeabilizzazione rappresenta la principale causa di degrado del suolo in Europa, in quanto comporta un rischio accresciuto di inondazioni, contribuisce al riscaldamento globale, minaccia la biodiversità, suscita particolare preoccupazione allorché vengono ad essere ricoperti terreni agricoli fertili e aree naturali e seminaturali, contribuisce insieme alla diffusione urbana alla progressiva e sistematica distruzione del paesaggio, soprattutto rurale” rileva che “il consumo di suolo in Italia continua a crescere in modo significativo, pur segnando un rallentamento negli ultimi anni: tra il 2008 e il 2013 il fenomeno ha riguardato mediamente 55 ettari al giorno, con una velocità compresa tra i 6 e i 7 metri quadrati di territorio che, nell’ultimo periodo, sono stati irreversibilmente persi ogni secondo”.

L’analisi statistica Lucas (Land Use and Cover Area frame Survey) di Eurostat, che confronta invece il consumo di suolo nei vari paesi europei, valuta il suolo consumato in Italia intorno a un 7,8% della superficie nazionale. Superando la media in Europa stimata al 4,6%, l’Italia si colloca al quinto posto, preceduti da Malta, (32,9%), Belgio (13,4%), Paesi Bassi (12,2%) e Lussemburgo (11,9%).

Cosa ha detto la signora Borletti? La signora ha rassicurato, con le classiche parole dei politici della Prima e della Seconda repubblica cui siamo ahimè abituati, che in realtà il governo attuale sta lavorando proprio sulla materia. Poteva essere diversamente? Peccato che fra il dire ed il fare… Il disegno di legge che giace attualmente in Parlamento (già ddl Catania, sotto il governo Monti), e che viene discusso in questi giorni, non è “rivoluzionario” e non “azzera il consumo di suolo entro il 2020”, come ha affermato l’intervistata. Ed esso non trova affatto il consenso del coordinamento nazionale delle associazioni ambientaliste agricole, scientifiche e degli enti locali che formano il Forum nazionale Salviamo il Paesaggio.

Innanzitutto, si tratta di un provvedimento volto a limitare, per il momento, e non già ad arrestare il consumo di suolo, obiettivo questo che dovrebbe essere raggiunto solo nel lontano anno 2050. Poi, la limitazione al consumo di suolo sarà graduale, e comunque verrà emanato un primo decreto al riguardo solo entro un anno dall’entrata in vigore della legge. Il testo inoltre nulla dice sugli alloggi sfitti, un problema spinoso e di enorme portata, soprattutto laddove si continua a costruire pur in presenza di un patrimonio edilizio enorme ed inutilizzato (nella sola Torino si calcola da 30.000 a 50.000 il numero degli alloggi sfitti). Ancora, il testo si inventa un neologismo edilizio (quasi che se ne sentisse la necessità), quale il “compendio agricolo neorurale”. Ultimo ma non meno importante, prevede che per le superfici agricole che si sono avvalse di contributi della Ue non si possa cambiare la destinazione d’uso: ma solo per cinque anni. Unico aspetto davvero positivo il fatto che si preveda che gli oneri di urbanizzazione tornino alla loro vera natura e non possano più coprire i buchi di bilancio dei Comuni, escamotage questo che ha facilitato notevolmente i permessi a costruire in questi anni.

Il ddl non è quindi così coraggioso come dovrebbe, ma, ciononostante, la lobby dei costruttori è ovviamene già in azione ed è facile prevedere il testo sarà modificato in peggio, come del resto la signora Borletti dichiara di temere. Mi piace concludere questo post con le parole di Claudio Arbib, professore ordinario del Dipartimento di Ingegneria e Scienze dell’Informazione e Matematica dell’Università dell’Aquila: “Certo, costruire è sempre sembrata una bella soluzione: work-intensive, materie prime economiche. Cioè tanto lavoro e costi bassi per le imprese. Soprattutto quando non si conteggiano seriamente i costi ambientali, cosa facile perché il ciclo-vita degli edifici – per definizione lungo – dà poca evidenza ai costi di smaltimento. Ma costruire significa (letteralmente) polverizzare montagne, da noi o altrove. Significa produrre inerti complicati da gestire: basta pensare all’amianto, al malaffare legato al movimento terra, a discariche e cave che fanno un altro 17% del consumo di suolo. E significa un Bel Paese disseminato di capannoni inutili, veri e propri rifiuti non dichiarati e abbandonati nelle campagne. È un problema serio, peggiore delle riconversioni del passato: negli anni ’80 la Gran Bretagna dismise miniere e fabbriche d’auto, nel ’90 noi dismettemmo l’acciaio. Fu tutto sommato più facile, le produzioni inquinanti o poco remunerative si spostarono nei Paesi emergenti. Ma le villette italiane non si possono produrre in Cina. Occorre affrontare il problema con coraggio e solidarietà, prendendo atto di una verità apparentemente ovvia: case e autostrade non sono beni di consumo, e quelle che ci sono bastano e avanzano”.