Un documentario francese inedito su Ustica prodotto da Canal plus e domani in onda in Italia grazie a ‘Matrix’ e Mediaset che ne hanno acquistato i diritti. “Doveva farlo la Rai? Non entro in polemica, mi piace però l’idea che faremo servizio pubblico – afferma Luca Telese, giornalista e conduttore del programma -, mostreremo le diverse omissioni del governo francese sulla strage del DC-9 dell’Itavia. I parenti delle vittime, le famiglie dei morti suicidi subito dopo la strage, il giudice Priore sono stati presi per pazzi negli anni, bene i pazzi forse sono quelli che sostengono ancora una teoria della bomba nel bagno dell’aereo – continua – quando la tazza o il lavandino sono totalmente intatti”. A 35 anni dalla strage si segue la pista francese indicata dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel 2007 e si chiede conto alle autorità parigine e al ministero della difesa di quella sera del 27 giugno del 1981. “Le risposte sono state insufficienti, troppe omissioni, come nel caso delle autorità italiane, sapremo la verità soltanto nel 2040 quando gli atti verranno secretati, serve un sano sussulto di dignità nazionale da parte del governo italiano che pretenda la verità dalla Francia” sostiene Daria Bonfietti, presidente dell’associazione parenti delle vittime di Ustica. “Sappiamo dal 1999, grazie al lavoro del giudice Priore che la causa fosse un messile, ma non sappiamo chi lo ha lanciato, se i francesi, gli americani, i libici” prosegue la Bonfietti. Per la prima volta in tanti anni parlano anche i familiari di Alberto Dettori, il radarista suicida in seguito agli interrogatori, tra le sedici morti sospette subito dopo la strage. “Alberto è morto per ragion di Stato, era sotto pressione per quello che aveva visto sui radar, lo hanno ucciso, non è morto suicida” sostengono la moglie e la figlia Dettori. “E’ una pista importante ma non determinante, non prova con certezza che siano stati i francesi, lo sapremo con il tempo quando gli atti verrano desecretati, se arriveremo vivi a quella data” chiosa l’ex giudice istruttore Rosario Priore la cui inchiesta è l’architrave del documentario