I media, i social network e i manifestanti non sono i soli ad esser stati vittime della repressione del governo turco. Il bavaglio di Ankara cerca di tappare la bocca anche al calcio. Lo hanno capito Deniz Naki, 26enne attaccante dell’Amedspor, squadra che milita nella terza divisione turca, e lo stesso club che, dopo una storica qualificazione ai quarti della Coppa nazionale, con i propri tifosi avrebbero “inneggiato al terrorismo” per aver dedicato la vittoria alle vittime curde dei bombardamenti voluti dal presidente Recep Tayyip Erdogan contro i ribelli del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk).

Dodici giornate di squalifica e 19.500 lire turche, poco più di seimila euro, di multa per il giocatore, perquisizioni a sorpresa e multa salatissima per il club. “Questo successo è per i morti e i feriti durante la repressione nella nostra terra che dura da più di 50 giorni – si legge sul profilo Twitter del calciatore -. Siamo fieri di essere una piccola luce per la nostra gente in difficoltà. Come Amedspor, non ci siamo sottomessi e non ci sottometteremo. Lunga vita alla libertà!”.

Ma tra le proteste di Gezi Park e i comunicati di varie tifoserie del Paese che in più di un’occasione hanno fatto fronte comune, non è la prima volta che il mondo del pallone si scontra con la repressione del dissenso voluta dal governo di Ankara. L’episodio che ha come protagonista il calciatore tedesco di origini curde, arriva a quasi tre anni dagli scontri tra polizia e manifestanti in piazza Taksim. Durante le proteste, le tifoserie di Galatasaray, Fenerbahce e Besiktas, le tre più importanti di Istanbul e da sempre rivali, si unirono contro le forze di polizia schierate dall’esecutivo.

Le bandiere dei tre club in marcia per le strade della metropoli turca, mischiate ai drappi inneggianti al padre della Repubblica di Turchia, Mustafa Kemal Atatürk, sventolarono tra chi si opponeva al processo di islamizzazione e alle nuove politiche autoritarie di Erdogan. I numeri pubblicati dai maggiori media internazionali parlarono di undici vittime, almeno ottomila feriti e circa 2mila arresti. Tra questi c’erano anche i rappresentanti di alcune frange del tifo della capitale, con 35 ultras per i quali la Procura chiese l’ergastolo con l’accusa di essersi infiltrati nelle proteste solo con l’intento di compiere atti violenti.

Gli ultras si sono uniti nuovamente, a metà gennaio, anche per sostenere la causa curda. Lo si legge nel comunicato firmato da 27 tifoserie del Paese: “Il governo – scrivono – si riempie da sempre la bocca con lo slogan ‘non dividiamo il Paese’, ma poi perseguita e uccide proprio chi vuole che il nostro Paese viva in pace e in armonia, tacciandoli come traditori. In questo Paese c’è soltanto una distinzione: chi, guardando un bambino morto a terra colpito da una pallottola, si domanda se quel bambino fosse curdo o meno e chi invece piange tutti i bambini di tutte le etnie. […] La vergogna più grande dell’umanità è la colpa della guerra, una guerra di cui noi non faremo parte”.

Nel documento, i rappresentanti del tifo si mettono a difesa di Ayse Çelik, una maestra di Diyarbakır che, ospite di un programma tv, ha denunciato le morti di “madri incinte e bambini” nel sudest del Paese. Per questo, la Procura turca ha aperto un fascicolo con l’accusa di “propaganda terroristica” per il conduttore e la produzione. Tra i firmatari del documento ci sono anche i supporter dell’Amedspor e quelli dei loro prossimi rivali, il 9 febbraio, nei Quarti di coppa: gli ultras del Fenerbahce. Partita che, dopo i provvedimenti contro la società di terza divisione e il suo attaccante, potrebbe creare un nuovo fronte unito proprio tra le due tifoserie avversarie. L’Amedspor ha già dichiarato che, se le restrizioni nei loro confronti non cesseranno, la squadra non scenderà in campo per il match contro i rivali di Istanbul. La solidarietà dei tifosi gialloblu e quella degli altri gruppi a livello nazionale potrebbe così creare un nuovo fronte ostile alle politiche di Erdogan e del governo di Ahmet Davutoglu.

@GianniRosini