“Stavamo meglio quando stavamo peggio”. Vecchio adagio che ben si presta a descrivere l’attuale stato dell’informazione italiana. Quando Berlusconi era al governo non passava giustamente giorno che non vi fosse una presa di posizione contro il suo strapotere mediatico, contro il conflitto di interessi, contro le censure e gli editti bulgari. Girotondi, politici, intellettuali, qualche anima pia nelle istituzioni di controllo, protestavano, denunciavano, insomma cercavano di tenere in vita il senso critico dei cittadini. Grande sostegno avevano le trasmissioni scomode che un servizio pubblico, pur allineato, doveva comunque sopportare. Addirittura affollate manifestazioni di piazza e prese di posizione sulla stampa internazionale. Questo succedeva e nessuno allora, cioè qualche anno fa, pensava che potesse andare peggio. Ma al peggio, come si dice, non c’è mai fine.

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Finito infatti Berlusconi, l’Italia continua ad essere nelle posizioni basse di tutte le classifiche sulla libertà di stampa. Soprattutto l’informazione nostrana, questa volta stampa e televisione all’unisono, è ormai ridotta ad una specie di unico pappone somministrato senza tema di contraltare o verifica. I dati sulle presenze televisive (non quelle a mezzanotte) sono impressionanti per quantità e qualità. Il governo e il Presidente del Consiglio la fanno da padroni. In più, se già questo non bastasse, è stata approvata una riforma della Rai che anche per legge autorizzata i poveri resti del servizio pubblico a svolgere il ruolo di gazzettino dell’inquilino di turno di Palazzo Chigi.

Ed allora, sfracelli, roboanti proteste, indignazione? Neanche a parlarne. Anzi i pochi giornali che osano sono tacciati di abominio (il Fatto docet). Si sa gli italiani sono gente di memoria corta, ma fa un po’ impressione il silenzio improvvisamente calato sul tema. Dove sono finiti i contestatori del “regime televisivo”, forse anche loro “tengono famiglia”. Sta di fatto che la libertà dei giornalisti è diminuita, sempre più esposta a minacce, alle incertezze economiche del mestiere e alle conseguenze delle nuove regole sulla diffamazione. Il controcanto alle tesi governative è in parte consentito solo ad alcuni improponibili politici e il giornalismo di inchiesta è tacciato dei peggiori misfatti. Esiste una sola verità, quella di chi comanda, e anche se i fatti concreti la smentiscono (caso banche popolari docet) il mandato è “edulcorare”.

Dicono i costituzionalisti che il riconoscimento della libertà di espressione non è direttamente ed esclusivamente funzionale alla salvaguardia della democrazia. Tale libertà, infatti, non è assicurata soltanto nella misura in cui serva a garantire la sopravvivenza e lo sviluppo delle istituzioni democratiche, poiché, se così fosse, rimarrebbero sprovviste di tutela tutte le altre manifestazioni del pensiero che fanno parte della libertà individuale. Belle parole, anche se ci potremmo intanto accontentare di qualche libertà di critica e di verifica in più. Incombe una nuova legge elettorale e un referendum costituzionale, speriamo dunque che qualcuno si svegli dal torpore.