Siriani in fuga dalla guerra nel loro paese attraversano la Turchia

Alla frontiera siriana di Bab al-Salama, di fronte a quella turca di Oncupinar sono ammassati ventimila rifugiati, altri, in maniera sparsa, sono alla ricerca di varchi per sfuggire alla guerra che sta infuriando ad Aleppo. Ho usato volutamente il vocabolo ammassati perché sembra che la Turchia e la civile Europa li consideri alla stregua di cose che bisogna stipare da qualche parte, bambini, vecchi donne e uomini. Questi esseri umani fuggono dalla guerra, dall’accerchiamento di Aleppo a opera delle truppe di Bashar Al Assad. E’ difficile sapere se le strutture di accoglienza turche reggeranno al peso di questa massa di gente avendo già accolto due milioni e mezzo di rifugiati.

Queste sono le conseguenze dell’attacco delle forze governative di Assad coadiuvate dalle incursioni degli aerei e dei missili russi e notizie riportate dalla stampa internazionale, segnalerebbe la presenza di istruttori russi sul terreno, per coadiuvare gli sforzi dell’esercito di Bashar. Nel gergo questo significa che non è escluso che questi istruttori non siano disponibili a guidare un tank o organizzare un assalto. Quindi non vi è solo l’urgenza per queste popolazioni di scappare dalla guerra, vi è anche la necessità di trovare cibo per sfamarsi e medicine per curarsi. La strategia della Russia a sostegno di Assad e delle milizie sciite, libanesi, irachene, afgane e iraniane è di rompere l’asse turco saudita.

Se il fronte di guerra si presenta bollente, non meno lo è quello politico. In una intervista rilasciata a Le Monde del 6 febbraio Mohamed Allouche, membro dell’ufficio politico di Jaish Al-Islam, un gruppo salafita che fa parte del Fronte Islamico, raggruppamento dei ribelli che lottano contro Assad, è stato nominato capo negoziatore degli incontri a Ginevra. La sua posizione è chiara ed è favorevole ad una soluzione politica, ma aggiunge che è Assad a non volerla perché essa è perseguibile a condizione che questo regime si sbarazzi del suo presidente. Questo è uno dei punti chiave: l’estromissione di Bashar dalla transizione e la non partecipazione al processo elettorale per l’individuazione di un nuovo presidente siriano e di una nuova costituzione.

Siamo, quindi, a un punto morto considerata la politica russa di non demordere dalle sue posizioni e di rivendicare il suo ruolo di potenza mondiale dopo la caduta del comunismo. Tutto ciò sulla pelle della gente comune che farebbe a meno di questi giochi della geopolitica per una sospensione degli atti di guerra e per una disponibilità di cibo e di medicine. Non vi è nulla all’orizzonte che faccia sperare nell’immediato in una via d’uscita. In questa prospettiva c’è da chiedersi qual è il senso della generosità che la comunità internazionale, riunita recentemente a Londra, la quale ha dichiarato che metterà a disposizione dei rifugiati siriani dieci miliardi di dollari. Per fare cosa? Nessuno, credo, vuole sputare in un piatto così generoso, ma ancora una volta tali iniziative mostrano la mancanza di una politica che fermi la guerra.

L’arrivo in massa dei rifugiati, le azioni del terrorismo internazionale hanno spinto gli occidentali ad essere più generosi di quanto non lo siano stati negli anni passati all’occasione di simili riunioni. Ma la logica secondo la quale questi soldi debbano servire a scoraggiare la gente a non scappare per venire in Europa è miope. Cosa è meglio, avere in dono, mettiamo una somma 1000 dollari, e vivere con l’angoscia quotidiana di essere bombardati dall’esercito siriano aiutato dalla potenza russa o tentare la fuga verso un’Europa rischiando tutto, ma avendo la speranza di approdare dove non c’è la guerra?