Gli squilibri dei Paesi emergenti, stretti tra il calo dei prezzi delle materie prime e l’alto debito privato, rischiano di essere la miccia di una nuova grande recessione. Le contromisure delle banche centrali, che negli ultimi otto anni hanno iniettato nell’economia mondiale circa 13mila miliardi di dollari, non bastano più. E il rischio è che questa pioggia di liquidità, accompagnata dal rigido controllo sui conti pubblici, non faccia che aumentare le disuguaglianze. La via di uscita? Un intervento forte della politica, che secondo Larry Summers, ex segretario al Tesoro Usa ai tempi di Bill Clinton, deve “passare a politiche di stimolo fiscale abbandonando la retorica delle riforme strutturali“. Insomma, tutto il contrario del dogma tedesco dell’austerità.

A fare la diagnosi e avanzare una proposta di cura è il giornalista Vittorio Da Rold, nel suo ultimo libro Un mondo in tempesta – Come sopravvivere in tempi di caos (Asterios Editore). Il punto di partenza è una frase di Papa Francesco: “Non è un’epoca di cambiamenti, ma un cambio di epoca“. Vale a dire che la grande crisi iniziata nel 2007, scatenata dall’esplosione dei mutui subprime statunitensi e continuata con lo shock sui debiti sovrani europei, non è stata solo una fase. Ma ha cambiato per sempre il mondo, traghettandolo in un “new normal” di perenne instabilità. A cui contribuiscono sia fattori economici, come la sempre più rapida fuga di capitali dalle economie emergenti (mille miliardi di dollari di deflussi nel solo 2015, secondo il Fondo monetario internazionale), sia variabili geopolitiche come il terrorismo e la debolezza della costruzione europea.

In questo quadro, come dimostrano i dati snocciolati da Da Rold, la favoleggiata ripresa è solo un’illusione. La realtà è che il mondo oscilla tra nuova tempesta e una crescita stentata, che la direttrice del Fmi Christine Lagarde definisce “nuova mediocrità” (“new mediocre”) e Summers “stagnazione secolare”. I fattori di rischio sono tanti: la deflazione, il ristagno della produttività, le nuove tecnologie che contribuiscono a ridurre i posti di lavoro, il crollo dei prezzi delle materie prime, il boom del debito privato nei Paesi emergenti che comporta il rischio di fallimenti a catena quando i tassi di interesse aumenteranno. Le banche centrali tentano di spingere la crescita con le leve della politica monetaria, che però secondo molti analisti è arrivata ormai al limite delle sue possibilità.

Per di più, nota Da Rold, iniettare liquidità nell’economia (i cosiddetti quantitative easing) ha sì effetti positivi, perché aumenta i prezzi delle azioni e degli immobili, riduce i tassi di interesse e svaluta la moneta favorendo l’export. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: il rischio di bolle speculative e l’aumento delle disuguaglianze sociali, visto che a rivalutarsi sono i patrimoni di chi è già ricco. Di qui la necessità che scendano in campo i governi, con politiche espansive e regole che rendano il mercato più equo e competitivo già nella fase di produzione della ricchezza, anziché redistribuire a posteriori. “Ci vorrebbe un nuovo Keynes“, è la conclusione del libro, “come stella polare in questa traversata nel deserto per rilanciare il ruolo della spesa pubblica produttiva, quella attraverso gli investimenti e non con la spesa corrente. Ma i geni non nascono a comando”.