“Non faccio il tifo per nessuno, anzi sto con chi vince”. È istituzionale a modo suo la posizione di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo e presidente della Federazione Italiana di American Football. L’ex fondatore de La Rete, che nel maggio 2012 è stato rieletto per la quarta volta alla guida del capoluogo siciliano, è un pioniere della disciplina in Italia.

Nel 2002 gli fu chiesto di fondare la Fidaf. E lui, che di touchdown aveva avuto sin a quel momento contezza da qualche film americano, rispose presente. “Da quel giorno ho cominciato a appassionarmi al gioco. Ho seguito la stagione Nfl, combattuta e sempre incerta, non ho avuto preferenze tra Broncos che Panthers. Ma non sono da meno squadre come i Patriots o i Cardinals e poi ammiro la corsa di Vikings e Redskins“. Apprezza meno la gigantesca macchina dello sport business a stelle e strisce, che nella notte ha vissuto il suo momento clou in un Super Bowl multimilionario.“Negli Stati Uniti il football è anzitutto spettacolo e denaro, non di certo il mio modo di intendere l’attività agonistica. Mi piacerebbe invece che dal modello americano importassimo la presenza massiccia dello sport nei licei e nei college. Da noi il discorso è diametralmente opposto: qua la palla ovale, grazie soprattutto all’interesse di numerosi giovani e giovanissimi, non muove soldi, ma passione”. I numeri danno ragione a Orlando: oggi sono 8mila gli atleti iscritti alla federazione povera e mediaticamente inesistente o quasi, che nel frattempo ha ottenuto l’affiliazione al Coni.

Non era scontato che il football americano mettesse radici nel nostro Paese, dove era arrivato con lo sbarco degli Alleati. A Firenze come a Trieste i militari americani diedero vita a partite spettacolari e molto partecipate, ma non riuscirono a coinvolgere la popolazione locale. Qualcosa cambiò con gli anni Ottanta, quando il movimento si strutturò e creò a una lega dilettantesca, che omaggiava gli idoli dell’Nfl sin dai nomi delle squadre. Giants Bolzano, Giaguari Torino, Grizzlies Roma, Guelfi Firenze sono alcune delle squadre che, divise in due gironi sull’asse Nord-Sud, compongono la prima divisione dell’Italian Football League al via a marzo. E poi Lions Bergamo, la squadra più titolata, Seaman Milano e Panthers Parma, le due selezioni dominatrici delle ultime stagioni, il vertice di una piramide che comprende due leghe minori, il campionato femminile e numerose competizioni giovanili.

“Ricordo i primi anni della mia presidenza – racconta Orlando – quando sugli spalti c’erano solo fidanzate e parenti dei giocatori. Non volevo credere ai miei occhi lo scorso 4 luglio quando ho visto il velodromo Vigorelli, tempio italiano del ciclismo su pista e arena milanese del football americano, gremito di gente per la finale del campionato, il Super Bowl italiano. È stata una bella soddisfazione, che divido con uno staff federale competente che mi permette di dare una mano senza in alcun modo portare via tempo al mio lavoro amministrativo”.

Secondo Leoluca Orlando è importante dimostrare che il calcio non è l’unico sport in Italia. Può suonare come un paradosso, ma per lui il football americano può diventare il vero sport popolare, quello del popolo. “Fino a 10 o 15 anni fa i polverosi campi da calcio di periferia erano teatro di sfide infiammate, nei cortili dei palazzi gli inquilini erano disturbati a ogni ora dalle urla dei ragazzini. Ciò ora sembra scomparso, purtroppo si è diffusa la convinzione che il calcio sia solo quello guardato. Il mio impegno vuole promuovere uno sport che vive sui campi e non in televisione, che vanta una reale funzione sociale. Oggi – conclude Orlando, che ammette di non aver mai giocato a football americano, ma di aver tante volte sognato di fare il quarter back – posso dire che la mia federazione ha fatto touchdown”.