Dagli oriundi ai nuovi italiani: è la svolta dell’Italia del rugby che al Sei Nazioni 2016 affronta le incognite di un difficile ricambio generazionale, dopo la fallimentare Coppa del Mondo 2015 e l’era Brunel che si avvia alla conclusione. Sabato, nel match di apertura contro la Francia in cui la nazionale ha sfiorato l’impresa storica di espugnare Parigi per la prima volta (sconfitta per 23-21), in campo c’erano ben sei esordienti. Tra questi anche David Odiete e Ornel Gega, 22 e 25 anni, simbolo di una nidiata multietnica che forse permetterà alla Federazione di non ricorrere più all'”acquisto” di stranieri per colmare i buchi del nostro movimento. Gli azzurri del futuro si chiamano Derrick o Maxime, Engjel o Cherif. E sono italianissimi.

Nel corso degli anni Novanta e Duemila la nazionale italiana ha fatto ampio ricorso agli stranieri, oriundi o equiparati che fossero. Nel rugby, del resto, basta giocare tre anni in campionato per diventare eleggibili per la rappresentativa di un altro Paese (a condizione di non aver mai giocato per quella di origine). Così i Paesi a minor vocazione rugbystica come il nostro non hanno mai esitato a pescare nell’emisfero australe (Argentina, Sudafrica, Australia), che sforna talenti in sovrabbondanza. La storia recente della palla ovale azzurra è piena di esempi: da Diego Dominguez, indimenticato numero dieci che ancora cerca un erede, a Sergio Parisse, capitano e fuoriclasse assoluto di questa nazionale, entrambi nati e cresciuti in Argentina prima di essere adottati dall’Italia. Ma anche i vari Robertson, Sole, Peens, Canavosio, Vosawai, Griffen, Wakarua, Gower, Nieto, Stanojevic, Burton, Bortolussi e Vunisa, tanto per citarne alcuni: decine di stranieri di non eccelsa caratura vestiti d’azzurro per sopperire alle carenze della filiera nostrana, avara di talenti non solo a livello qualitativo ma proprio quantitativo. Adesso, forse, qualcosa sta cambiando.

Non che il fenomeno degli oriundi sia del tutto estinto: lo dimostra la presenza sabato del “neozelandese” Kelly Haimona, o del “sudafricano” Andries Van Schalkwyk. Ma l’inversione di tendenza è nei numeri: dal 2000 (anno dell’ingresso nel Sei Nazioni) al 2007 sono stati utilizzati 36 giocatori di formazione non italiana, dal 2008 in poi solo 13. Oggi si affacciano in nazionale i nuovi italiani. E l’esordio di Odiete, lanciato titolare al posto dell'”australiano” Luke McLean, è il simbolo di questo passaggio di consegna. David, nato a Reggio Emilia da mamma emiliana e papà nigeriano, aveva assaggiato l’azzurro già nel 2011, dopo essersi diviso tra il rugby e l’atletica per le sue grandi doti di corridore. Sabato finalmente l’esordio, giocando un buon match da estremo. Come ha fatto anche Ornel Gega, in un ruolo (quello di tallonatore) particolarmente scoperto al momento: lui è nato a Lezhe, in Albania, ma si è trasferito con la mamma a 9 anni per raggiungere il padre che lavorava a Treviso. L’Italia e il rugby l’hanno accolto a braccia aperte.

Dietro di loro tanti altri sognano di raggiungere l’azzurro. Dopo esserci abituati ad avere due piloni di origine argentina (Castrogiovanni e Aguero), la prossima coppia di avanti potrebbe essere di colore: fino all’anno scorso i titolari nell’Under 20 erano due classe 1994, Derrick Appiah, un genitore senegalese ma modenese doc (già tesserato in Inghilterra dal Worcester), e Cherif Traorè, originario della Guinea ma da sempre nel nostro Paese. Nelle giovanili ci sono anche Engjel Makelara (nato in Macedonia), Ciju Mihaj (genovese di origini rumene), Maxime Mbanda (nato a Roma e cresciuto rugbysticamente a Milano). Nati in Italia o immigrati da piccoli, nessuno di loro è arrivato nel nostro Paese per il rugby, come invece accadeva in passato con gli oriundi, spesso “importati” ad hoc per ricoprire certi ruoli in nazionale. Il sistema delle accademie federali, tra mille difficoltà e legittime critiche (visti i risultati non all’altezza degli investimenti), comincia a portare qualche beneficio: se non altro i giocatori di domani vengono costruiti in casa, con meno necessità di andare a pescare all’estero. E i nuovi italiani sostituiscono gli oriundi. Lentamente e a fatica sta nascendo un’altra nazionale. Giovane, multietnica. E, chissà, magari in futuro anche (un po’ più) vincente.

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