Il Crotone fa sul serio, guida la classifica di Serie B e punta alla prima, storica promozione nel massimo campionato. E però i pm della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro non mollano Raffaele Vrenna, l’imprenditore forse più potente della città, presidente e padrone indiscusso del club che prese in mano oltre 20 anni fa dopo il fallimento, ripartendo dall’Eccellenza (dilettanti). Vrenna rischia il sequestro e a termine la confisca di società, immobili e altri beni il cui valore per gli investigatori si aggira almeno sugli 800 milioni di euro, comprese le quote di controllo del Fc Crotone. Non che la cosa debba preoccupare i tifosi rossoblù, la società è più che florida, se deve andare in A ce la porteranno gli amministratori giudiziari. Ma intanto sono scintille tra i pm di Catanzaro e i giudici della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Crotone, che hanno respinto la richiesta. Ora tocca alla Corte d’appello di Catanzaro decidere sull’appello.

Secondo alcuni pentiti Vrenna e il fratello avrebbero pagato una cosca della ’ndrangheta per “assicurarsi” da attentati e danneggiamenti. Gli contestano di aver sempre gestito le sue imprese, incluso il club, anche tra il 2008 e il 2011 quando le aveva affidate a un trust dopo l’arresto per mafia. Un trust incredibile: a capo c’era un magistrato, Franco Tricoli, ex procuratore capo di Crotone, che era in pensione da poche settimana. Tutto regolare, così arrivò la certificazione antimafia. La moglie dell’imprenditore, peraltro, era impiegata proprio negli uffici giudiziari crotonesi.

Di recente, sulla base delle indagini del Gico della Guardia di Finanza che hanno portato alla richiesta di misura di prevenzione, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio di Vrenna e dell’ex magistrato presunto prestanome per intestazione fittizia di beni. Perfino sul sito internet del Crotone Calcio ogni tanto appariva il nome di Vrenna, anche quando non era socio né aveva cariche. Procede il pm Domenico Guarascio, la richiesta era firmata anche dai procuratori aggiunti Giovanni Bombardieri e Vincenzo Luberto. Vrenna, il cui impero spazia dalle costruzioni ai rifiuti e al calcio, stavolta non è accusato di ’ndrangheta. L’avevano arrestato nel 2006 e condannato in primo grado a quattro anni per concorso esterno nella cosca Maesano, una delle ’ndrine più potenti del territorio, ma poi è stato assolto.

Motivazioni ineccepibili di cui l’imprenditore, però, non può andare fiero: “Esistono certamente rapporti di frequentazione e di interesse tra Vrenna Raffaele, suo fratello (Giovanni, coinvolto anche nel procedimento per intestazione fittizia, ndr) ed i componenti della cosca sopracitata”, scrivevano i giudici della Corte d’appello di Catanzaro nella sentenza di assoluzione del 2009, poi confermata in Cassazione (anche per corruzione), mentre gli abusi edilizi a Praialonga e un falso si sono prescritti. Vrenna, si legge ancora nella sentenza che l’ha assolto, “è accecato dalla brama di profitto, intende realizzare a ogni costo le villette, è disposto anche a tacitare le pretese dei condomini riottosi e sa che è necessario rivolgersi alle persone che lì comandano…; sa di affidare i lavori a persone chiacchierate come Zecchinellio Tommaso (imputato e condannato anche in appello per associazione di ’ndrangheta e del quale lo stesso Vrenna dice che ‘di nome sapeva appartenere alla famiglia mafiosa Maesano’)”.

Ora il tema è lo stesso. È una vittima o scende a patti? La protezione l’ha cercata e ottenuta o semplicemente gliel’hanno “offerta”, come scrive il collegio crotonese (Paolo Pirruccio relatore, Antonio Barbetta, Alessandro Angiuli) che ha respinto la richiesta di confisca? Ma poi è così normale accettare l’offerta? E perché il pentito che dichiara di averla chiesta per conto dei Vrenna dovrebbe inventarselo? Il ricorso dei pm è durissimo, contesta al tribunale di essere andato al di là dei limiti del procedimento di prevenzione, escludendo il reato di intestazione fittizia su cui il processo deve ancora iniziare, anziché valutare la “pericolosità sociale” come prevede la legge. Un provvedimento rapido, quello del tribunale: neanche due mesi per dire no.

da Il Fatto Quotidiano del 29 gennaio 2016