La decisione del M5S di esercitare la “libertà di coscienza” sul ddl Cirinnà è una mossa pienamente politica. E dunque per questo, a tutti gli effetti, criticabile in quanto furbetta, iper-strategica e troppo tattica: esattamente ciò che il M5S ha sempre detto di non essere. Non è una mossa stupida, non elettoralmente almeno, ma impone almeno quattro riflessioni.

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Uno: perché su alcune scelte il M5S contempla la votazione online e in altri casi no? Grillo dice che “Nella votazione online si è svolta a ottobre 2014 non era presente alcun accenno alle adozioni”, ed è vero”. Poi però aggiunge che “Non si fa ricorso a un’ulteriore votazione online perché su un tema etico di questa portata i portavoce M5S al Senato possono comunque (…) votare in maniera difforme dal gruppo qualunque sia il risultato delle votazioni”. E qui la mancanza di coerenza è palese (anche se mai come quella del Pd, che lascia libertà di coscienza su una legge “sua”).

Due: il Movimento sa che alcuni parlamentari voteranno no, magari manovrati dal Vaticano. A quel punto scatterebbe la loro espulsione. Per evitare di farne fuori altri quattro o cinque, indebolendosi ulteriormente a livello numerico in Parlamento, ha avuto luogo questo dietrofront plateale.

Tre: poche cose sono divisive in Italia come la stepchild adoption. Grillo e Casaleggio, sapendo di non essere “solo” una forza attrattiva a sinistra ma di incassare molti voti anche da centro a destra, preferiscono non farsi male inimicandosi ampie fette di elettorato. Per questo hanno adottato una linea oggettivamente democristiana.

Quattro: il M5S vuole mettere in difficoltà Renzi su un tema a lui (teoricamente) caro. Come a dire: “Il ddl Cirinnà non è male, ma se non passa Renzi perde e noi godiamo”. Lecito, e magari qualcuno nel M5S non vuole ridare ancore di salvataggio al Pd come accaduto (giustamente) per la Consulta, ma il rischio è quello di affossare un ddl sacrosanto – per quanto perfettibile – e tagliarsi gli zebedei per far dispetto alla moglie. Col paradosso di fare un favore a nessuno. Cioè ad Alfano.

Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2016