In principio fu Massimo Boldi contro un giornalista di Cineblog. Poi ci ha pensato Vincenzo Salemme a prendersela con il critico del Corriere della Sera Maurizio Porro. Infine sono arrivati gli epiteti coloriti del trio The Pills contro la rivista Rolling Stone. Parole di fuoco, velenosissime, perfino una parvenza d’insulto. E’ la rivolta di attori e registi italiani al caravanserraglio della critica cinematografica anch’essa italiana. Tu mi stronchi? E io m’incazzo. I cineasti non resistono alle parole lette e, con prevalenza di pubblicazione sui personalissimi social, rispondono piccati ai critici. Inasprirsi della dialettica? Timore degli strali della critica, quel ridicolo orpello a valle del processo cinematografico che non sembrava più far male a nessuno? O semplicemente abuso personalissimo dei social come se fossimo su Tripadvisor?

Critica non digerita atto primo. “Quando un giovane si considera già un giornalista senza esserlo fa un atto punibile con l’espulsione della categoria. Quando poi si permette di insultare me ed il mio lavoro, è da considerare un fallito imbecille e maleducato. Non vai da nessuna parte Federico”. Il doppio tweet è datato novembre 2015. L’autore è il celebre ‘cipollino’ Massimo Boldi che non ha digerito la recensione di Matrimonio al Sud scritta dal collaboratore di cineblog.it, Federico Boni. “Le dinamiche tra i due protagonisti, legate agli immancabili screzi nord-sud, puzzano di stantio, così come la maggior parte delle gag che dovrebbero suscitare ilarità, concedendo il più delle volte al massimo un pizzico di divertita tristezza”, scrive Boni che rincara su Boldi definendolo “sempre più imbalsamato”.

Critica non digerita atto secondo. “Il film è un gioco d’equivoci sessista che rimbalza nelle false confidenze virili come da previsioni (…) La pochade di Salemme, incorniciata in stile teatrale, gira a vuoto ed è flaccida dopo dieci minuti: il resto è solo molestia”, scrive Porro sul Corrierone. “Caro direttore, mi permetto di scriverle perché ho letto sul suo giornale la critica al mio film Se mi lasci non Vale”, si rivolge direttamene a Luciano Fontana, il regista Vincenzo Salemme. “Non entro nel merito e nei contenuti del giudizio. Faccio l’artista e quindi devo rispettare il gusto di chi mi guarda. C’è pero sia nel titolo che nell’articolo un termine davvero usato con leggerezza. Si definisce la mia commedia ‘sessista’! E’ un termine infamante, almeno per il significato che io attribuisco a questa parola. Sessista per me significa maschilista, prepotente con le donne. Non posso accettarlo. Oltretutto quando viene usato per un film davvero senza alcuna pretesa ideologica. Ma non voglio parlare del film. Chi vorrà lo vedrà. Mi chiedo, e le chiedo signor direttore: in un momento così delicato (dai fatti di Colonia ai nudi impacchettati), in cui si discute spesso con tanta acrimonia di argomenti che riguardano il difficile rapporto tra i sessi (coppie di fatto, matrimoni gay), le appare opportuno usare un termine così pesante per una commedia comica e senza alcuna pretesa di dare risposte, una commedia che parla di amore e di amicizia?”.

Critica non digerita atto terzo. Entrano in gioco sessualità e tradimenti fuori campo. Tal Jack Bristow di Rolling Stone Italia mette una stella su cinque come giudizio, e scrive su Sempre meglio che lavorare del trio The Pills: “Tutto il resto, però, è noia. Perché si ride poco – e lo dice un fan sfegatato di questi ragazzi sul web -, come attori non sono all’altezza, fuori dal raccordo anulare si fa fatica a capire chi potrà trovarlo divertente”. Apriti cielo. Luigi Di Capua, Matteo Corradini e Luca Vecchi la toccano pianissimo dal loro profilo Facebook: “ È da ieri sera che stiamo cercando di ricordarci se ci siamo scopati la donna di qualcuno a Rolling Stone Italia ma proprio non ci viene in mente… Loro comunque non c’hanno avuto manco il coraggio di metterci zero! Ignavi! Ripiatevela quaa stelletta!”.

Si ha l’impressione di essere di fronte alla sindrome di TripAdvisor. Ai registi dà fastidio che giri una recensione negativa sui loro film e allora reagiscono come si fa quando ad un cliente non piace il ristorante. E’ una dinamica legata all’epoca in cui si recensisce di tutto. Poi nel caso dei The Pills c’è anche il limite dei parvenu, degli ultimi arrivati. I The Pills hanno costruito una carriera ironica ma la battuta da scuola media non funziona”, spiega a FQMagazine Andrea Minuz, docente a La Sapienza di Metodologie della critica cinematografica. “Di fondo questo è un approccio che non riattiva il dibattito critico, il rapporto critico-cineasta-pubblico, ma sa più di un regolamento di conti interno, modello casta. Somiglia a quando in tempo reale Eni rispondeva sui social all’inchiesta di Report. E poi il duello in pubblico rincorre molto i like su Facebook”.

“Stiamo attenti. La critica negativa e senza motivazione può fare molto male. Non ci si accorge che un aggettivo messo lì da solo, senza argomentare, crea un rischio immenso”, afferma Giancarlo Zappoli, direttore responsabile di Mymovies.it. “Il rischio si corre anche al contrario, una laudatio senza sottotesto (“mi piace perché mi piace”) fa meno male ma è lo stesso un errore. A noi di mymovies è capitato di registrare proteste. In un caso recente abbiamo dato tre stellette e mezzo e tre stellette a due film italiani in competizione allo stesso festival. Qualcuno, vi assicuro, si è lamentato per quel mezzo voto in più all’altro. Dopodiché dobbiamo valutare un aspetto oramai dimenticato con l’avvento del web. Se noi parliamo con la voce di qualcosa trasmettiamo all’altro segnali verificabili; quando scriviamo rileggendoci più e più volte facciamo invece montare rabbia e incomprensione. Detto questo, mi sembra che la critica cinematografica conti ancora qualcosa. Magari non granchè per i cinepanettoni, ma per i film minori che escono in poche sale può decidere ancora le loro sorti di mercato”.