Era il 1976. Novembre, se ben ricordo. Davanti al cinema Fiammetta di Milano, in corso Buenos Aires, oggi defunto, dov’era in cartellone il soft-core Susy Tettalunga con la ipertrofica Chesty Morgan (diretto, peraltro, da una donna, Doris Wishman), un agguerrito gruppo di “Compagne organizzate per il contropotere femminista”, prendeva d’assalto la sala, distruggendo locandine e manifesti e tentando di interrompere la proiezione. E recitando ai pochi esterrefatti presenti in sala, ancora con le mani sulla patta, una sorta di proclama: «Basta con i film pornografici. Vogliamo una nuova cultura. Fuori i compagni dalle galere, dentro le camicie nere».

Analoghe performance vennero organizzate in quegli anni anche nei cinema romani e in altre città della penisola. A Minneapolis, il 10 luglio 1984, una femminista di 23 anni, si dava fuoco per protestare contro il porno. Beh, oggi, un nuovo femminismo, più maturo, rivaluta l’hard. È un vento che soffia soprattutto dalla penisola iberica dove ferve una produzione letteraria e teatrale senza precedenti.

Pensiamo alla spagnola Diana J. Torres (Pornoterrorismo e Fica potens, 2014, Golena) o alla basca Itziar Ziga (Diventare cagna, 2015, sempre Golena) che si riappropriano della pornografia ma, soprattutto, della libertà delle donne, belle o brutte, grasse o magre, di esprimere liberamente la propria sessualità e rivoltare i modelli massmediaci e, provocatoriamente, persino il significato del termine “troia” da sempre connotato negativamente da un maschilismo becero. Scrive la Tziga: «Una delle accuse abituali con le quali si usa attaccare noi femministe è la tiritera che odiamo gli uomini. Nel mio caso, niente è più lontano dalla realtà. Io adoro gli uomini. Sono i maschilisti che non sopporto». E conclude: «Ricapitolando: sono una zoccola basca femminista radicale sboccata propagandista. Prima che lo sputi fuori qualcuno, l’ho già detto io».

Già negli anni 90, per la verità, la sessuologa e docente americana Nadine Strossen, per dodici anni presidente della American Civil Liberties Union, nel suo Difesa della pornografia (in Italia pubblicato nel 2005 da Castelvecchi) teorizzava che la censura è il primo strumento di repressione antifemminile, sintetizzando il concetto con uno storica battuta: «Oscenità è tutto ciò che dà a un giudice un’erezione».

L’Europa, come sempre, per non dire dell’Italia, succube del potere cattolico, giunge in ritardo. Ma, al di là, comunque, degli estremismi femministi pro-hard, esiste (da tempo negli Usa con i film porno della recentemente scomparsa Candida Royale) anche nel vecchio continente, una produzione specialistica per donne di film hard: quelli della svedese naturalizzata catalana Erika Lust, per esempio. In realtà, si tratta di film che danno più spazio alla trama e meno alle scene esplicite e più curati nella fattura. Pensiamo anche alle Ragazze del Porno, gruppo di cineaste italiane hard, che promuovono «una pornografia nuova, più attenta ai percorsi femminili di piacere e desiderio». Del resto, l’attenzione delle donne per il porno, secondo una ricerca di Pornhub, è in crescita negli ultimi tre anni, anche se il mercato dell’hard resta ancora, significativamente, in mano ai  maschi, come produzione e come fruizione.

Certo che dagli assalti ai cinema a luci rosse dei commandos femministi anni 70, le cose si stanno evolvendo, anche se lentamente. Almeno nei paesi democratici. E, in questo contesto, sembra ancor più fuori tempo, oltre che criminale, quanto dichiarato da Sami Abu-Yusu, imam della moschea Al Tawheed di Colonia, dopo i vergognosi fatti di Capodanno: «È stata colpa delle donne, perché erano seminude e avevano messo il profumo. Non mi stupisce che gli uomini le abbiano attaccate. Vestire così è come gettare benzina sul fuoco».

Per disintossicarmi dalle puttanate dell’imam, voglio concludere con una frase dello scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, scomparso l’anno scorso, imprigionato dai militari dopo il colpo di Stato del 1973. Cito a memoria. Diceva più o meno così: «La paura delle donne che temono la violenza degli uomini è la paura che gli uomini hanno delle donne senza paura».