Emergono particolari dall’inchiesta per i lavori post alluvione che colpì le Cinque Terre nel 2011 uccidendo 13 persone. Riguardano soprattutto l’ex sindaco del centrodestra di Monterosso, Angelo Betta, indagato insieme ad altre nove persone per reati che vanno dall’abuso, al falso, alla truffa e in un caso i magistrati ipotizzano la corruzione. Repubblica racconta che subito dopo le devastazioni arrivano da molti enti pubblici e privati offerte di aiuto soprattutto per il complesso scolastico Enrico Fermi. L’allora ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini annuncia fondi per la messa in sicurezza. E una cordata Sky-Repubblica ha raccolto 33omila euro. Il primo cittadino suggerisce allora una gestione “intelligente” dei fondi: “Perché i lavori sono già fatti, non c’è un granché da fare lassù…”.

Tradotto: i danni all’istituto sono limitati e i soldi bastano. Anzi, avanzano. Sono troppi. Che farne? Il quotidiano racconta che Betta cerca allora di inventarsi dei lavori. Il 3 novembre 2011 illustra la sua “gestione intelligente” a un’impiegata: “Se te fai il tetto costa 200mila euro… tutte le opere che mancano è chiaro… sono ordinabili… anche dal cesso di sopra… che ci metta che ha danneggiato che cazzo ne so… qualche cosa sti cazzo di affari da parte nuova… i computer rotti bisogna buttarli via se ne comprano degli altri…”. A quel punto l’impiegata – ricostruisce ancora Republica – fa notare che “quelli lì non li avevano portati neanche…”. “E chi lo viene a sapere”, ribatte prontamente Betta che ordina: “Mi deve fare un preventivo da 4/500mila euro… diciamo che le caldaie sono rovinate”. Ma il piano del sindaco salta perché il quotidiano chiede la rendicontazione delle spese. E così, addio alla “gestione intelligente”. “C’ho questo qua, quello della Repubblica che è venuto su a rompere il cazzo per le scuole”, si lamenta Betta con il suo assessore Paolo Contardi. Secondo il giornale, la richiesta di trasparenza e la scoperta delle cimici piazzate dalla polizia avrebbero fatto desistere il sindaco e ad alcuni imprenditori dall’idea di dirottare i fondi su altri interventi. Questo filone di inchiesta che ipotizzava la truffa è stato poi archiviato dalla procura di La Spezia.

Il 30 gennaio dieci avvisi di garanzia sono stati notificati, anche ad amministratori del Comune di Monterosso, per i lavori post alluvione. La polizia ha scoperto “rendicontazioni gonfiate e tangente da imprenditori per ringraziare i politici”. Sul caso indagano i sostituti procuratori Tiziana Lottini e Luca Monteverde. All’ex sindaco la procura contesta la corruzione perché avrebbe dato vita a un patto con Giuliano Moggia, dipendente part time del Comune, socio e cogestore dell’impresa ‘Picagetta Sas’: il secondo avrebbe promesso all’ex primo cittadino di realizzare una scala per l’accesso all’abitazione della suocera e in uso alla figlia, in cambio della possibilità di incassare 110 mila euro attraverso una richiesta di pagamento gonfiata. Nell’inchiesta sono finiti anche il sovrintendente della polizia municipale di Monterosso Stefano Mazzanti, la responsabile del settore edilizia privata del Comune, Marina Aitano, due consulenti, il geologo Alessandro De Stefanis e il geometra Alessandro Moracchioli, e l’allora responsabile del servizio di edilizia pubblica del Comune, Gabriele Benabbi. Indagati anche gli imprenditori di Levanto Roberto e Claudio Queirolo, e Maurizio Pelacani.