Ricche indennità. Posti di lavoro per i munitissimi staff. Auto blu, telefoni gratis, fondi di rappresentanza, attivazione di consulenze che fanno gola e curriculum. La poltrona è ambitissima. E non solo per il peso politico dell’incarico. La corsa alla presidenza delle Commissioni parlamentari di Camera e Senato è da sempre una partita che scotta: attorno al rito biennale del loro rinnovo si consumano spesso alleanze impensabili fino a pochi mesi prima, come dimostra il lungo e complicato rimpasto iniziato a luglio a Montecitorio e si è concluso pochi giorni fa a Palazzo Madama. Ma, al di là di tutto, chi conquista la poltrona di presidente di commissione coglie in un sol colpo due grandi obiettivi sempre presenti nelle strategie degli eletti: l’enorme potere di condizionare i lavori dell’assise che presiede e, molto più prosaicamente, una serie di appannaggi e benefit che, soprattutto in epoca di vacche magre, nessuno vorrebbe cedere ad altri.

MANNA AGGIUNTIVA – Di che cosa si tratta? Innanzitutto dell’indennità aggiuntiva che spetta a ciascun presidente di commissione, salvo che non vi rinunci. Facendo i conti, solo per questa voce risultano appostati complessivamente 700 mila euro all’anno tra Camera e Senato: una prebenda aggiuntiva di oltre 1.200 euro netti in più per ciascuno dei 28 presidenti che si aggiunge al già lauto guadagno che percepiscono da parlamentari. E che fa ancora di più impallidire lo stipendio di 1.500 euro su cui può contare l’italiano medio, almeno stando alle statistiche. La funzione di presidente di commissione è una sorta di status da cui non si decade nemmeno per eventi eccezionali: ne sa qualcosa Giancarlo Galan che ha continuato a fregiarsi del titolo di presidente della commissione Cultura della Camera nonostante gli arresti domiciliari lo abbiano tenuto lontano da Roma per mesi. E che dire di Antonio Azzollini? E’ stato uno dei presidenti di commissione più longevi di tutti i tempi: ha regnato alla Bilancio per oltre 10 anni, dal 2001 al 2006 e dal 2008 sino a pochi mesi fa quando è stato costretto al passo indietro a causa dell’inchiesta sul crac della Divina Provvidenza. Quando la Cassazione ne ha annullato l’arresto in molti ( nel suo partito -Ncd – ma non solo), hanno invocato un suo ritorno sulla poltrona (nel frattempo occupata dal dem Giorgio Tonini) che è tra le più ambite e importanti di Palazzo Madama.

CARI VICE – Ma a pagare il prezzo più alto, in termini di peso politico (e non solo) è stata Forza Italia per la quale la fine del Patto del Nazareno con il Pd a guida renziana è stato un vero bagno di sangue. Che ha lasciato sul campo morti e feriti, oltre che prevedibili strascichi polemici. Alla Camera, solo per fare qualche esempio, Francesco Paolo Sisto ha perso in poco tempo due partite non da poco: a fine luglio la presidenza della amatissima commissione Affari costituzionali (che è andata ad arricchire il carnet di Scelta civica con l’elezione di Andrea Mazziotti), mentre a dicembre è sfumata la corsa alla Consulta che per qualche giorno è sembrata davvero a portata di mano. E che dire di Elio Vito? La gestione bipartisan della commissione Difesa non è bastata a scongiurare la sua sostituzione con il dem Francesco Garofoli. E finora sono andati a vuoto i tentativi di approdare al Copasir dove Forza Italia in quanto opposizione si sente sottorappresentata. Fa storia a sé l’amarezza di Daniele Capezzone per la mancata riconferma alla presidenza della commissione Finanze: nel suo caso è pesato non solo il nuovo assetto post Nazareno, ma pure la conta interna a Forza Italia dove i fedelissimi di Silvio Berlusconi non gli hanno perdonato le posizioni ultrafittiane. Se a Montecitorio il rinnovo delle commissioni parlamentari ha decretato la fine dell’asse Fi-Pd, al Senato è servito soprattutto a rinsaldare i rapporti tra il Pd e i verdiniani di Ala che si sono visti attribuire tre vicepresidenze di commissione, ma – e stata qui il dato politico –  in quota maggioranza. Anche questo incarico porta con sé, oltre al prestigio, un’indennità di funzione: sulla carte, complessivamente, 190 mila euro da dividere tra i 56 vicepresidenti tra Camera e Senato. In realtà un po’ meno dal momento che tutti parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno rinunciato all’indennità di funzione.

PREZIOSI RISVOLTI – Cosa significhi il nuovo assetto delle commissioni appena rinnovate da un punto di vista squisitamente politico è cosa nota. Per quanto riguarda invece i risvolti economici per i nuovi presidenti e per quelli riconfermati in dettaglio sono questi: in testa alla lista dei benefit c’è anzitutto, come detto, l’indennità aggiuntiva per i presidenti e per ciascuno dei due vicepresidenti (anche se una piccola indennità è prevista anche per i 56 segretari delle 28 commissioni tra Camera e Senato). Alla Camera ai presidenti vanno 1.269,35 euro netti al mese, ovviamente per dodici mensilità e ai vice 239,9. Se è vero che a Montecitorio l’unica macchina assegnata ‘ad personam’ è quella di Laura Boldrini, c’è poi da dire chei presidenti di commissione non rimangono certo a piedi: si avvalgono del parco auto a disposizione dell’amministrazione. Ovviamente – è il caveat –  solo per servizi istituzionali.  Ma se gli spostamenti su Roma non richiedono particolari formalità, per varcare il raccordo è necessario sempre l’ok del collega questore. Poi ci sono gli altri benefit: anche a Montecitorio i presidenti delle 14 commissioni permanenti hanno diritto ad un cellulare e possono avvalersi di una segreteria particolare composta anche di tre esterni, mentre per le spese di rappresentanza hanno a disposizione 4.000 euro netti all’anno.

GRAZIOSE ELARGIZIONI – A Palazzo Madama l’indennità aggiuntiva per ciascun vicepresidente di commissione vale 316 euro netti al mese, molto meno di quello previsto per i presidenti che rispetto agli altri colleghi senatori percepiscono 1.267 euro in più. In classifica le loro competenze mensili aggiuntive li piazzano al terzo posto, insieme ai segretari d’aula, subito dopo questori, vicepresidenti e presidente del Senato. Dove, i capi delle commissioni hanno inoltre anch’essi dirittocome a Montecitorio al rimborso delle spese del cellulare fino ad un ammontare massimo di 5.000 euro all’anno. E ancora, sempre a Palazzo Madama è previsto un plafond mensile per spese per collaboratori pari a 4.859 euro lordi al mese, mentre il fondo consulenze è di 2.151,92 euro al mese (sempre per dodici mesi). Poi c’è un’ulteriore voce, rubricata come ‘elargizioni’: 3.500 euro a disposizione dei presidenti di commissione o giunta (cifra che sale a quota 4.000 per i segretari di presidenza e a 7.500 per questori e vicepresidenti). Anche in questo caso l’auto blu non viene più assegnata a titolo personale, ma dei loro spostamenti si fanno comunque carico le macchine a disposizione del Senato. Raramente c’è il rischio che debbano prendere il bus.