Ieri, seguendo un rituale che si perde nella notte dei tempi, TV Sorrisi e Canzoni ha pubblicato i testi ufficiali delle canzoni del Festival della Canzone Italiana di Sanremo edizione 2016. Le canzoni, noi della stampa, le avevamo già sentite giorni fa, e ne avevamo parlato, ieri abbiamo avuto modo, con calma, di leggerci i testi senza farci distrarre dalle melodie (laddove ci fossero melodie) e dai suoni (laddove ci fossero i suoni). Va detto, a onor del vero, che leggere i testi senza musica, in alcuni casi, è stato un bene. Intendiamoci, un bene come quando esci illeso da un incidente in cui hai distrutto la macchina nuova appena comprata, ma pur sempre un bene.

Per dire, Clementino, che ha fatto una canzone che al primo ascolto ci aveva indotto a colpire con la testa lo spigolo della poltroncina di fronte alla nostra, nella sala ascolti della RAI di corso Sempione, ha in realtà scritto un testo anche importante. Peccato lo abbia appoggiato su una base assai bruttina, e che abbia tirato fuori un ritornello di una bruttezza conclamata, perché lui le parole le saprebbe anche scegliere (quel ‘frà’ usato come intercalare nel 2016 a parte). In altri casi, come per Bernabei o Zero Assoluto, i testi senza il ritmo incalzante della musica diventano poca cosa (nel caso di Bernabei sono poca cosa anche con la musica), ma si deve tenere conto che si tratta di brani in odor di dance, e quando si è in odor di dance, in genere, il testo è fratello minore del ritmo, si tende a non pretendere molto, anzi, si tende a non pretendere niente.

Del resto, cosa si vuole pretendere dai Dear Jack, per dire, che per sostituire proprio Bernabei hanno scelto l’ex X Factor Leiner Riflessi? I Dear Jack, che possono contare sul l’appoggio della gente normale o quantomeno della radio della gente normale, propongono una versione aggiornata di Dammi solo un minuto, in cui il testo di Valerio Negrini viene ripreso però dallo stesso Leiner che trasforma il minuto in mezzo respiro, manco fosse un esperto di apnee. “Soltanto mezzo respiro/ ancora/ Per dare un senso ai ricordi/ Per un passo in avanti/Perché odiarci non serve più”. Roba da rimpiangere Piccola Katy, anche perché poi il testo prosegue con perle tipo “Ti ritroverò per sempre tra le frasi senza tempo/Dietro un angolo del cuore, cicatrice di un inverno” o “Mezzo respiro ancora/ Soltanto mezzo respiro un’ora/Tra una promessa sospesa, l’ultimo sguardo d’intesa”. Che paura, non fosse che sono i Dear Jack. Leggi il nome, leggi il testo e ci passi sopra.

Insomma, nell’insieme quasi viene da dire che quest’anno Sanremo propone testi decenti, sarà la vecchiaia che bussa alle porte, o più semplicemente che in alcuni casi il ricordo lasciato dalle musiche è talmente urticante da trovare rifugio in testi che, altrimenti, si sarebbero considerati scolastici e sciatti. Chi invece non delude, cioè chi aveva dato l’impressione di aver scritto un testo brutto e a testo letto senza musica conferma di aver scritto un testo brutto è Lorenzo Fragola. O meglio, Lorenzo Fragola e la decina di autori che firmano il suo pezzo, perché quella roba lì fa venire in mente un brano di quelli che i Gabber ballavano dopo essersi calati le paste una quaindicina d’anni fa, il ciuccio in bocca per non farsi saltare la mascella. Ora, capisco che Fragola è giovane, giovanissimo.

Capisco che si rivolge a un pubblico di coetanei, gente che passa il tempo a chiacchierare coi propri simili su Whatsapp, quindi usando prevalentemente parole scritte senza vocali in messaggi sulla cui assenza di senso compiuto si potrebbe fare una tesi di laurea, capisco che se vai a un Sanremo in cui una parte importante dei voti arriveranno proprio dai cellulari che ti frega di tirare fuori anche una canzone che proceda con le sue gambe. Ma frasi come “brucia tutto nella testa/ gela il sangue nelle vene”, per dire, o “E vorrei tornare indietro/ per fermare quell’istante/ in cui mi son sentito forte/ Forte come un gigante”, o ancora “Altre mille volte ho perso/ Questa guerra con me stesso”, no, dai, non te le devi permettere. Siete in cinque a firmare quel brano, provate a mettere una dietro l’altra qualche parola che, se letta sulle pagine patinate di TV Sorrisi e Canzoni, non sembri le composizioni poetiche di un adolescente vittima della sindrome di Narciso (nel qual caso, per altro, la Vergogna per inadeguatezza del proprio essere rispetto alle aspettative che si suppone gli altri abbiano di sé sarebbe più che giustificata, se non addirittura dovuta).

Sorvoliamo sul fatto che scrivere e cantare una canzone in cui si parla di un amore di quelli che lasciano il segno, di quelli che ti costringerà a fare paragoni per tutta la vita, di quelli che non finiscono mai veramente a vent’anni è una cosa da punizioni corporali. Che ne sai della vita, a vent’anni? Di che vita parli? Di che amori parli? Ma vabbeh, uno è vecchio e vuole fare il trombone, mi si dirà. Ma se poi dici frasi come “Non sono mai stato capace/ a far l’amore senza amore”, a vent’anni, direi che sei sprovvisto del giusto supporto da parte dell’anagrafe. L’amore che ti porti dietro per tutta la vita, magari, lo canti quando hai vissuto una porzione di vita abbastanza consistente da permetterti di guardarti indietro senza scorgere, uno a fianco all’altro, i giorni in cui sei diventato una popstar e quelli in cui giocavi coi Lego. Ma questi, ripeto, potrebbero essere brontolamenti di un vecchio stanco. Resta il fatto che, se a scrivere una canzone, per di più una canzone appoggiata su una melodia piuttosto scadente, ma ugualmente destinata a un buon successo, forse anche a una vittoria al Festival, siete in cinque, poi una frase come “Sento come se hai paura” non la devi propri mettere in un testo. “Sento come se hai paura”? Ma davvero davvero? Ma cos’è, una frase del genere l’avete scritta dicendo una parola a caso per uno, tipo Qui Quo Qua, senza tenere conto della sintassi, della grammatica e, magari, anche del buongusto?