Napoli sette bellezze”: il film da Oscar di Aurelio De Laurentiis, re del cinepanettone. La corsa scudetto a distanza prosegue a botte di vittorie consecutive. E se la Juventus di Massimiliano Allegri col minimo sindacale batte il Genoa e supera il record di Antonio Conte, cancellando un altro pezzo di storia recente bianconera, il Napoli eguaglia addirittura il mito: Diego Armando Maradona. Il nome che ai piedi del Vesuvio corre e ricorre ad ogni successo partenopeo. C’era Diego in campo quando il Napoli vinse sette partite di fila (stagione 1987-1988, ma non bastarono per il titolo). Il paragone ritorna con i soliti accostamenti: Higuain come Maradona, Insigne come Zola, Sarri come Bigon. La vera notizia stavolta è un’altra: la sicurezza con cui la squadra ha vinto con la Lazio, trasformando una giornata sulla carta sfavorevole nell’ennesimo turno di transizione verso la sfida di Torino, crocevia della stagione.

Se la trasferta di Roma doveva essere la prova di maturità per la squadra di Maurizio Sarri, l’esame è superato a pieni voti: vittoria netta, mai in discussione, già in cassaforte dopo mezz’ora. Certo, dall’altra parte c’era una Lazio lontana parente di quella che l’anno scorso strappò agli azzurri il terzo posto e la qualificazione ai preliminari di Champions League. Ma al di là dei limiti (evidentissimi) degli uomini di Pioli, la prova del Napoli è stata maiuscola. Senza sbavature, con l’autorità delle grandi. Sorprendente, perché di giocatori vincenti in rosa ce ne sono pochi: Reina, Albiol, Callejon e Higuain conoscono l’atmosfera e la pressione delle occasioni che contano, in carriera hanno alzato più di un trofeo. Ma gli altri sono ancora novellini in questo senso, abituati fino a ieri a calcare campi di provincia o di campionati stranieri di secondo livello. Eppure tutti giocano con una sicurezza disarmante. È l’ultima metamorfosi del Napoli di Sarri. Già bravissimo a rivoltare la squadra confusionaria e limitata che era il Napoli di Benitez in una macchina da gol. Sempre, però, formazione emozionante ed emozionale, indole che comporta un carico connaturato di alti e bassi. Adesso, invece, il Napoli sta diventando una schiacciasassi che concede poco e vince senza strafare. Una squadra da scudetto. O, per lo meno, una squadra che lotterà fino alla fine per il titolo. E già questo è un segno di maturità, di enorme maturità. 

Con quella di ieri fanno sette vittorie, sette bellezze. Come quelle di Pasqualino, personaggio del cinema che ha reso Napoli un po’ più famosa nel mondo. Chissà se il paragone piacerà a De Laurentiis, presidentissimo che col grande schermo ha fatto le fortune e che ora prova ad esportare il modello nel pallone. E che non ha mai disdegnato le metafore cinematografiche. Sia Pasqualino che il Napoli cercano di farsi largo ai piani alti: le “sette sorelle” sono ormai un ricordo di un’epoca lontana della Serie A, ma la loro egemonia nell’albo d’oro continua da 25 anni. Gli azzurri ora sognano davvero di spezzarla: De Laurentiis, maestro del cinepanettone, ha costruito una squadra da Oscar. Come la pellicola di Lina Wertmuller. Attenzione però: applaudito, celebrato e pluricandidato, alla cerimonia finale quel capolavoro non portò a casa neppure una statuetta. Il premio per il miglior film straniero andò ad un altro film: si chiamava “Bianco e nero (a colori)”. Ricorrenza sinistra per i tifosi partenopei.

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